
La crisi demografica e la difficoltà nel reperire professionalità tecniche stanno cambiando le geografie del lavoro e pongono nuove sfide al sistema produttivo italiano. In questo scenario, la mobilità internazionale può assumere un ruolo che va oltre la risposta alla carenza di manodopera, diventando uno strumento strutturale per accompagnare la crescita delle imprese.
È il modello sul quale sta lavorando Umana, attraverso percorsi che iniziano nei Paesi d’origine con la selezione e la formazione dei lavoratori e proseguono in Italia fino all’inserimento professionale e sociale. Un’esperienza già sviluppata in diversi Paesi e comparti, con una particolare attenzione alle professionalità tecniche richieste dalla manifattura.
Di questi temi si parlerà il 24 settembre in Confindustria, durante l’evento “Le nuove rotte del lavoro – Imprese e persone nella nuova geografia della mobilità internazionale”, che metterà a confronto imprese e istituzioni sui fabbisogni del sistema produttivo e sulle condizioni necessarie per costruire percorsi di mobilità qualificata. Ad aprire i lavori sarà la presidente di Umana Maria Raffaella Caprioglio, che alla vigilia dell’appuntamento racconta a L’Imprenditore il modello sviluppato dal Gruppo, dalle esperienze già realizzate al ruolo delle Pmi, fino alla partnership con SIMEST e alle prospettive legate al Piano Mattei.
Presidente Caprioglio, demografia, lavoro e competitività sono sempre più strettamente connessi. In molti settori le imprese faticano a trovare le professionalità di cui hanno bisogno. Che ruolo può avere oggi la mobilità internazionale nel rispondere a questo fabbisogno e nel sostenere la competitività della manifattura italiana?
Il punto di partenza è il bisogno concreto della manifattura italiana, che deve confrontarsi con crisi demografica, invecchiamento e crescente competizione globale per il capitale umano. Tuttavia, va superata la narrazione emergenziale: la mobilità internazionale non è solo una risposta alla carenza di manodopera, è una componente fondamentale e strutturale delle politiche industriali e della competitività. Per questo abbiamo scelto di costruire un modello strutturato e qualificato.
Umana ha scelto di superare la logica del semplice reclutamento, costruendo percorsi che partono nei Paesi d’origine con la selezione e la formazione e proseguono fino all’inserimento lavorativo in Italia. Quali professionalità stanno cercando maggiormente le imprese e in quali settore avete ottenuto i risultati più significativi finora?
Il nostro modello ci permette di costruire percorsi di mobilità qualificata rivolti a diversi comparti produttivi, sempre a partire dalle esigenze concrete delle imprese. Finora abbiamo maturato le esperienze più significative nel settore manifatturiero, dove il fabbisogno riguarda soprattutto professionalità tecniche difficili da reperire e fondamentali per la tenuta del sistema produttivo. Abbiamo realizzato diversi percorsi anche nell’agricoltura e nell’hospitality, con riscontri molto positivi.
Il Progetto Ghana è una delle esperienze più avanzate: oltre 100 lavoratori sono già stati coinvolti e inseriti in imprese di Friuli-Venezia Giulia, Lombardia e Veneto. Che cosa avete imparato da questa esperienza? Quali sono gli aspetti più delicati nel passaggio dalla formazione nel Paese d’origine all’ingresso in un’impresa italiana?
L’esperienza in Ghana ci ha insegnato soprattutto che la mobilità deve essere progettata come una filiera. La selezione e la formazione nel Paese d’origine sono fondamentali, ma risultano altrettanto decisive le fasi successive del percorso: dalla selezione e la formazione dei lavoratori, alla gestione degli adempimenti burocratici, dall’ingresso e dalla permanenza in Italia fino all’effettivo inserimento nel contesto lavorativo. È proprio la capacità di garantire continuità e coordinamento tra queste diverse fasi a rendere efficace il modello di Umana.
L’inserimento non si esaurisce però con l’assunzione: lingua, casa, relazioni e conoscenza del territorio incidono sulla capacità di una persona di costruire il proprio futuro in Italia. Quanto pesa questa dimensione sociale nel successo dei percorsi e quale ruolo possono svolgere le imprese e le comunità locali?
L’assunzione è una tappa fondamentale del percorso, ma anche l’inizio di una nuova fase. Una persona può costruire il proprio futuro se, oltre al lavoro, trova una casa, impara la lingua, sviluppa relazioni e conosce il territorio. Questa dimensione è parte integrante del modello. Le imprese possono accompagnare l’inserimento abitativo e professionale, mentre comunità, associazioni e istituzioni possono contribuire a creare un ambiente di inserimento favorevole. L’obiettivo è favorire stabilità, non solo occupazione.
C’è poi un tema che riguarda la cultura d’impresa. Come si trasmettono a persone formate in contesti molto diversi i valori, le competenze e il modo di lavorare che caratterizzano il nostro sistema produttivo? La mobilità internazionale può diventare anche uno strumento per rafforzare e tramandare il patrimonio di competenze del Made in Italy?
La cultura d’impresa si può trasmettere accompagnando i lavoratori nel loro inserimento in azienda e condividendo con loro valori, competenze e metodi di lavoro. In questo senso, la mobilità internazionale può contribuire anche a preservare e valorizzare il patrimonio professionale del Made in Italy. Formare le persone nei Paesi d’origine e accompagnarle nel loro percorso nelle imprese italiane significa infatti creare un ponte tra competenze e sistemi produttivi diversi, rafforzando al tempo stesso la competitività delle nostre imprese.
Dal Ghana al Marocco, dalla Tunisia all’India, avete esteso questo modello a Paesi, settori e professionalità differenti. Quanto è replicabile su scala più ampia e quali condizioni servono perché la mobilità internazionale diventi uno strumento strutturale per rispondere ai fabbisogni delle imprese, soprattutto delle Pmi?
Le esperienze in Ghana, Marocco, Tunisia, Uzbekistan, Senegal, India e Repubblica Dominicana dimostrano che il modello funziona per Paesi e professionalità differenti. Per essere strutturale servono però condizioni precise: partner affidabili nei Paesi d’origine, formazione collegata ai fabbisogni, procedure efficienti e accompagnamento dopo l’arrivo. Per le Pmi è fondamentale poter contare su un modello coordinato, che riduca la complessità e trasformi la mobilità internazionale in uno strumento a sostegno della loro crescita.
A maggio Umana e SIMEST hanno siglato una partnership dedicata all’ingresso e alla formazione di risorse professionali, con un focus sull’Africa nell’ambito del Piano Mattei. Quale salto di scala può consentire questa collaborazione e quali nuove opportunità può aprire per le PMI e le filiere che oggi incontrano maggiori difficoltà nel reperire competenze?
La partnership con SIMEST è un modello positivo perché mette in relazione competenze complementari: da un lato selezione e formazione del capitale umano, dall’altro esperienza a supporto dell’internazionalizzazione delle imprese. Questo può rafforzare soprattutto Pmi e filiere. Il focus sull’Africa, nell’ambito del Piano Mattei, permette inoltre di collegare la mobilità delle competenze allo sviluppo delle filiere e alla crescita internazionale delle imprese italiane.
Per rendere questi percorsi più rapidi ed efficaci serve anche un quadro normativo e amministrativo adeguato. Dall’esperienza maturata da Umana, quali sono oggi gli ostacoli principali e su quali aspetti sarebbe prioritario intervenire per rendere la mobilità internazionale qualificata più semplice per imprese e lavoratori?
Non parlerei di veri e propri ostacoli. Le procedure burocratiche e gli adempimenti normativi sono elementi fondamentali per garantire la qualità, la regolarità e l’efficacia di questi percorsi. È però innegabile che si tratti di processi complessi, che richiedono competenze specifiche, capacità di mediazione e un dialogo costante tra istituzioni, imprese e lavoratori. È proprio su questo fronte che è fondamentale il ruolo di Umana: attraverso l’Area Specialistica Integrazione, accompagniamo tutti gli attori coinvolti lungo l’intero percorso, cercando di rendere più semplice e fluida la gestione dei diversi passaggi.

