
La ripresa autunnale si apre in un contesto nel quale i confini tra politica estera, politica commerciale e politica industriale sono sempre più sfumati. Guerre, sanzioni, dazi, controlli sulle esportazioni, sicurezza energetica e accesso alle materie prime incidono ormai direttamente sulle strategie e sulla competitività delle imprese europee e, in particolare, di quelle italiane, tradizionalmente caratterizzate da una forte proiezione internazionale.
Equilibri geopolitici e commerciali: cosa aspettarsi dopo il 16 settembre
Stati Uniti, Russia, Cina e Iran restano i dossier più caldi, ma anche il progressivo riavvicinamento al Regno Unito, l’evoluzione dei rapporti con Svizzera e Turchia, il processo di allargamento dell’Unione e la recente scelta dell’Islanda contribuiranno a definire l’agenda europea dei prossimi mesi.
In questo quadro, particolare rilievo assumerà il discorso sullo Stato dell’Unione che la Presidente Ursula von der Leyen terrà il prossimo 16 settembre, così come l’intervento, il giorno successivo, del primo ministro canadese Mark Carney dinanzi alla plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo: una presenza particolarmente significativa, considerato che Carney si è affermato negli ultimi mesi come una delle voci più ferme, tra i principali leader occidentali, nel confronto con l’Amministrazione Trump.
Un partner di cui (non) fidarsi?
Nei rapporti con gli Stati Uniti, l’Unione europea si trova a gestire una relazione che resta strategica e imprescindibile, ma che ha assunto un carattere più transazionale rispetto al passato.
L’accordo commerciale raggiunto a Turnberry l’estate 2025 ha ridotto il rischio di un’escalation tariffaria, fissando per gran parte delle esportazioni europee un tetto del 15%. Restano tuttavia aperti alcuni dossier rilevanti sui quali il confronto con Washington non ha ancora prodotto soluzioni soddisfacenti per l’Ue, in particolare per quanto riguarda acciaio, alluminio, prodotti derivati e regole di origine. Il tutto in un clima di tensione politica e incertezza che preoccupa profondamente le nostre imprese. Allo stesso tempo, Washington continua a esercitare pressioni sulle normative europee considerate potenziali barriere commerciali, tra cui Cbam, regolamento sulla deforestazione, rendicontazione di sostenibilità e due diligence.
Anche le incertezze legate all’impegno statunitense nella sicurezza europea continuano ad alimentare tensioni nel rapporto transatlantico, spingendo l’Unione europea ad accelerare gli investimenti nella difesa e a rafforzare una propria base industriale e tecnologica nel settore. Parallelamente, stanno però emergendo nuovi spazi di convergenza. Nel 2026, uno dei principali terreni di cooperazione tra Ue e Stati Uniti ha riguardato le materie prime critiche.
Bruxelles e Washington e la partnership strategica per l’approvvigionamento
A partire dalla riunione ministeriale del febbraio scorso, promossa dall’Amministrazione Trump, Bruxelles e Washington hanno rafforzato il coordinamento attraverso una partnership strategica e un piano d’azione dedicato alla resilienza delle catene di approvvigionamento. Queste iniziative interessano l’intera catena del valore, dall’estrazione alla raffinazione e al riciclo, oltre a investimenti, scorte strategiche, ricerca e nuovi strumenti commerciali, tra cui possibili prezzi minimi di riferimento e accordi di off take.
Nei prossimi mesi, sullo sfondo delle elezioni di midterm negli Stati Uniti e delle diverse tornate elettorali nazionali negli Stati membri, la sfida per l’Europa sarà preservare la solidità della storica alleanza transatlantica, evitando al tempo stesso che l’allineamento strategico si traduca in una maggiore dipendenza industriale, tecnologica ed energetica dell’Ue dagli Stati Uniti.
I rischi del conflitto ucraino e le prospettive future
La guerra russa contro l’Ucraina rimane, a distanza di quattro anni, il principale dossier di sicurezza dell’Ue. A luglio il Consiglio ha adottato il ventunesimo pacchetto di sanzioni, intervenendo ulteriormente sui settori energetico e finanziario, sulle criptovalute, sulla flotta ombra, sulle raffinerie e sul complesso militare-industriale russo. Le misure colpiscono anche banche, piattaforme e operatori situati in Paesi terzi coinvolti nell’elusione delle restrizioni. Le sanzioni economiche sono state inoltre prorogate fino al 31 luglio 2027.

Per le imprese europee, il rischio non riguarda quindi soltanto i rapporti diretti con controparti russe, ma l’intera catena di fornitura: beneficiari effettivi, intermediari finanziari, rotte di trasporto, triangolazioni commerciali e operatori localizzati in Paesi non appartenenti all’Ue. La Commissione e gli Stati membri stanno concentrando sempre più attenzione sulla prevenzione dell’elusione, rendendo indispensabili procedure di due diligence più approfondite.
Parallelamente, l’Ucraina rappresenta un dossier economico di lungo periodo. Il sostegno europeo, compreso il prestito da 90 miliardi di euro approvato nel 2026, è sempre più collegato alla ricostruzione delle infrastrutture, alla sicurezza energetica, alla difesa e al progressivo ingresso del Paese nel mercato interno.
L’avanzamento dei negoziati di adesione apre prospettive importanti nei settori dell’energia, dei trasporti, del digitale, delle costruzioni e delle tecnologie industriali, ma richiederà regole trasparenti per gli appalti, adeguate garanzie finanziarie e un efficace sistema di gestione dei rischi.
Colmare il disavanzo con il Dragone cinese
Con la Cina, la linea europea resta quella del derisking, piuttosto che al disaccoppiamento. Il rapporto economico è caratterizzato da un disavanzo europeo prossimo ai 360 miliardi di euro, da persistenti difficoltà di accesso al mercato cinese e dal crescente ricorso di Pechino politiche di sostituzione delle importazioni e restrizioni all’esportazione di materie prime critiche, terre rare e tecnologie strategiche.

Particolare preoccupazione desta, inoltre, la strutturale sovracapacità manifatturiera cinese, sostenuta in diversi comparti da politiche industriali e sussidi pubblici, che alimenta un crescente afflusso sui mercati internazionali di prodotti a prezzi fortemente competitivi, con effetti diretti e indiretti anche sull’industria europea. Emblematico è il caso dell’acciaio: secondo l’Ocse, nel 2025 la Cina rappresentava circa il 54% dell’eccesso di capacità produttiva mondiale del settore e le sue esportazioni hanno raggiunto il livello record di 131 milioni di tonnellate, un volume superiore all’intera produzione siderurgica dell’Unione europea.
A queste tensioni economiche e commerciali si sommano quelle di natura geopolitica, dal sostegno cinese alla base industriale russo alla sicurezza dello Stretto di Taiwan, fino alla crescente competizione tecnologica tra Cina e Stati Uniti.
L’Ue punta a stabilità e cautela commerciale
La risposta dell’Ue combina il mantenimento del dialogo con Pechino con un ricorso crescente agli strumenti di difesa commerciale e di sicurezza economica. I dazi sui veicoli elettrici, le misure antidumping, il nuovo regolamento sul controllo degli investimenti esteri e l’attenzione verso tecnologie a duplice uso indicano un approccio progressivamente più assertivo. Per le imprese, il punto decisivo sarà capire quali dipendenze saranno considerate strategiche e quali condizioni verranno poste agli investimenti cinesi in Europa, soprattutto nei settori automotive, batterie, energia, digitale e infrastrutture critiche.
È ormai imprescindibile dotare l’Unione di una mappatura dettagliata e capillare delle proprie catene del valore, capace di individuare i principali colli di bottiglia, le concentrazioni degli approvvigionamenti e le dipendenze strategiche. Si tratta di un presupposto essenziale per costruire politiche di derisking realmente selettive ed efficaci e per evitare che episodi come quello di Nexperia diventino una vulnerabilità strutturale anziché un’eccezione.
Il nodo dell’energia legato al Medioriente
Il dossier più immediato è però nuovamente quello iraniano. Dopo mesi di conflitto e il sostanziale blocco dello Stretto di Hormuz, il 30 e 31 agosto si sono registrati nuovi scontri tra Stati Uniti e Iran, con attacchi statunitensi sull’isola di Larak e la successiva risposta iraniana contro installazioni americane nella regione. La ripresa delle ostilità mette ulteriormente in discussione i tentativi di raggiungere un accordo duraturo sulla libertà di navigazione.
Per l’Europa, la priorità è evitare una nuova escalation, riaprire in sicurezza lo Stretto e rilanciare un negoziato sul programma nucleare iraniano. Nel frattempo, l’Ue ha reintrodotto le sanzioni economiche e finanziarie legate alla proliferazione nucleare e ampliato il proprio regime restrittivo per colpire il sostegno militare iraniano alla Russia e ai gruppi armati regionali, nonché le azioni che ostacolano la navigazione. Le conseguenze per le imprese sono immediate con l’aumento vertiginoso dei prezzi energetici, i maggiori costi assicurativi e di trasporto, i rischi per le rotte marittime, le difficoltà di approvvigionamento e un’ulteriore complessità nella gestione delle sanzioni.
La crisi iraniana si inserisce nel più ampio quadro mediorientale. L’Ue continua a sostenere la soluzione dei due Stati e a chiedere pieno accesso umanitario a Gaza, mentre valuta ulteriori iniziative riguardanti gli insediamenti israeliani e i prodotti da essi provenienti. La stabilizzazione del Libano e la sicurezza del Mar Rosso restano anch’esse in cima all’agenda internazionale dell’Ue. Allo stesso tempo, Bruxelles sta rafforzando la cooperazione con i Paesi del Golfo, sia in materia di sicurezza sia sul piano economico: sono in corso i negoziati per un accordo commerciale con gli Emirati Arabi Uniti, mentre si discute di un possibile rilancio del negoziato regionale con il Consiglio di cooperazione del Golfo. Energia, idrogeno, infrastrutture, logistica e connettività lungo il corridoio India-Medio Oriente-Europa rappresentano i principali ambiti di interesse industriale.
I Paesi vicini, tra chi non vuole entrare e chi non può
Un dossier di particolare attualità è quello islandese. Nel referendum del 29 agosto, il 52,8% degli elettori ha respinto la proposta di riaprire i negoziati di adesione all’Unione europea, contro il 47,2% dei favorevoli. Il risultato interrompe, almeno per l’attuale legislatura, il tentativo di riavvicinamento istituzionale a Bruxelles. Se, sul piano politico, l’esito del referendum rappresenta un segnale negativo per la forza e l’attrattività del progetto europeo, per le imprese, tuttavia, il quadro economico resta sostanzialmente invariato.
L’Islanda, di fatto, continuerà a partecipare al mercato interno attraverso lo Spazio economico europeo e a mantenere la propria autonomia nei settori più sensibili, in particolare pesca e agricoltura. Il voto non elimina però la questione geopolitica: Reykjavík intende rafforzare la cooperazione con l’Ue e con altri partner in materia di sicurezza, energia, Artico e infrastrutture strategiche.

Prosegue intanto il riavvicinamento tra Ue e Regno Unito. Dopo il vertice del 2025 e l’istituzione di una partnership in materia di sicurezza e difesa, sono in corso negoziati su un’area sanitaria e fitosanitaria comune, sul collegamento dei sistemi Ets, sulla partecipazione britannica al mercato europeo dell’elettricità e sulla mobilità giovanile. Per le imprese agroalimentari, energetiche e manifatturiere, questi accordi potrebbero ridurre significativamente alcune delle frizioni create dalla Brexit. Resta tuttavia urgente il dossier delle regole di origine per veicoli elettrici e batterie: l’attuale regime transitorio scadrà alla fine del 2026, con il rischio di nuovi dazi se le filiere europee e britanniche non raggiungeranno i requisiti previsti.
Interessi strategici
Anche i rapporti con la Svizzera stanno entrando in una nuova fase. Il pacchetto concordato con Berna aggiorna gli accordi su trasporti, libera circolazione, riconoscimento delle valutazioni di conformità e prodotti agricoli e introduce nuove intese su elettricità, salute, sicurezza alimentare e partecipazione ai programmi europei. L’entrata in vigore resta subordinata alle procedure interne svizzere e all’approvazione europea, ma il pacchetto può offrire maggiore certezza giuridica alle imprese operanti in uno dei mercati più integrati con l’Ue.
Più difficile resta il rapporto con la Turchia. L’Ue riconosce l’interesse strategico di una cooperazione graduale con Ankara, in particolare su sicurezza, energia, migrazione e connettività, ma la modernizzazione dell’unione doganale rimane bloccata. Persistono ostacoli commerciali, problemi nell’applicazione delle regole esistenti e tensioni politiche legate a Cipro, allo Stato di diritto e ai rapporti della Turchia con la Russia. Per l’industria europea, la Turchia continua comunque a rappresentare un nodo essenziale delle filiere automotive, tessile, meccanica ed energetica.
Infine, l’allargamento è tornato a essere uno strumento centrale della politica estera europea. A luglio si sono tenute conferenze di adesione con Ucraina, Moldova, Albania e Montenegro, mentre prosegue l’integrazione graduale dei Balcani occidentali nel mercato unico. Per le imprese, l’allargamento significa potenziali nuovi mercati, convergenza regolamentare, infrastrutture e catene di fornitura più integrate. Restano però rilevanti i rischi connessi alla stabilità politica, allo Stato di diritto, alla qualità delle amministrazioni e alla capacità di assorbire gli investimenti europei.
I prossimi vertici
I primi appuntamenti politici dell’autunno saranno la settimana ad alto livello dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dal 22 al 28 settembre, il Consiglio Affari esteri del 12 ottobre e il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre. Seguiranno il Consiglio Affari esteri del 16 novembre e, il 30 novembre, la riunione dei ministri Ue del commercio internazionale.
Saranno passaggi decisivi per verificare se l’Unione saprà trasformare il proprio peso economico in una capacità geopolitica più autonoma e coerente, assicurando al tempo stesso alle imprese europee stabilità, accesso ai mercati e condizioni di concorrenza eque.


