
Chi viene in Italia per il 45% ha una vocazione turistica. Chi viaggia nel Paese lo fa soprattutto per scoprire le sue bellezze culturali. Se si pensa alla domanda interna, però, che tipo di fruizione culturale cerca quando visita l’Italia?
È la domanda che Giuseppe Roma, presidente di Aicc, durante l’ultima edizione de “Gli Stati Industriali della Cultura“. L’evento, tenutosi l’11 giugno nella Sala Pininfarina di Confindustria, ha riunito su iniziativa di Confindustria Cultura Italia le associazioni che rappresentano editoria, musica, cinema, audiovisivo e servizi per la valorizzazione del patrimonio culturale. Per il comparto Aicc (Associazione industrie culturali e creative), Giuseppe Roma ha sollevato diverse riflessioni sulla gestione e valorizzazione del patrimonio artistico-culturale italiano. Un tesoro prezioso, ma che come tale dev’essere custodito e promosso attraverso una precisa strategia di fruizione. È lo stesso Giuseppe Roma a ribadirlo:
“In Italia abbiamo un problema di fruizione della cultura: il nostro patrimonio non può essere rivolto solo ai turisti, la sua offerta dev’essere costruita rivolgendosi anche al mercato interno”.
Le imprese culturali e creative in Italia rappresentano il 3,1% del Pil
Se ci limitiamo alle proiezioni più restrittive sul valore economico della cultura in Italia, come quella Eurostat, il valore aggiunto dei settori culturali e creativi vale il 3,1% del Pil rispetto a una media del 2,8%. Un risultato invidiabile, visto che la spesa pubblica italiana per la cultura è pari allo 0,8% del Pil rispetto a una media europea dell’1,2%. Un ecosistema di imprese culturali unico al mondo, dove ogni anello della filiera rappresenta eccellenza, tra allestitori, trasportatori, progettisti, organizzatori, etc. La loro competenza contribuisce a rendere le imprese culturali e creative in Italia una vera gemma nella promozione e tutela del patrimonio artistico-culturale. Racconta il presidente Roma:
“Il settore rappresentato da Aicc costituisce uno straordinario concentrato di professionalità, capacità organizzative, operative e progettuali, di visioni innovative per valorizzare il patrimonio culturale del nostro paese”.
Il 58%dei flussi turistici in Italia si concentra solo nei primi 10 siti statali
Fin dai più grandi eventi, come mostre e festival, la qualità di queste competenze e diffusione vede l’Italia come leader al mondo. Pur vantando risultati prestigiosi e un’eredità storico-culturale unica, l’Italia in questi anni si è scontrata con una massificazione dei flussi turistici verso grandi mete attrattive. Un fenomeno che, vedendo le più iconiche mete turistiche italiane prese d’assalto (es. Il Colosseo, gli Uffizi, etc.), ha portato a un calo dei flussi verso quelle minori, ma altrettanto importanti per il Paese e l’economia e industria del turismo. Spiega Roma infatti che:
“Nel 2024, ultimi dati disponibili, i visitatori degli Istituti Statali (Musei, Aree archeologiche e Monumenti) sono stati circa 61 milioni, fra paganti e non, di cui non paganti o gratuiti più di 29 milioni pari al 47,7%. Nei primi dieci siti statali più visitati si concentra il 58% dei visitatori, circa 35 milioni di cui ben 14 milioni al Parco del Colosseo di Roma. Se pure estendessimo ai primi trenta siti più visitati, vedremo che la situazione peggiora perché la quota sale al 72,4% con circa 44 milioni di visitatori. Il risvolto della medaglia è che negli altri 428 istituti statali i flussi di visita risultano esigui comprendendo solo il restante 27,6 % degli attuali fruitori del patrimonio culturale statale. Certo, va un encomio al lavoro di funzionari, direttori e soprintendenti, ma fin quando vorranno fare tutto da soli, la situazione difficilmente potrà cambiare”.
Manca il dialogo pubblico-privato, Roma: “Assistiao alla nazionalizzazione dei servizi culturali”
La fruizione culturale attraversa così delle complessità quando si parla di gestione pubblico-privata. C’è poi un vulnus che riguarda la pertinenza della valorizzazione del patrimonio culturale. Per il presidente di Aicc le regole a cui deve sottostare la valorizzazione del patrimonio culturale italiano devono essere pubbliche, considerando il dialogo con l’amministrazione pubblica necessario per poter accedere ai luoghi di cultura. Questo non vuol dire, però, che le imprese debbano sottostare a processi farraginosi nella gestione pubblico-privato del patrimonio culturale. Nello specifico però, per Giuseppe Roma:
“Il settore oggi è frenato perché la Pa ha una logica nazionalista, mentre dovrebbe adottare una logica a favore delle imprese culturali e creative che compongono il comparto. Questa difficoltà di dialogo e mancanza di apertura produce vuoti anche nella valorizzazione del patrimonio culturale”.

Nello specifico, Aicc segnalata una crescente chiusura delle amministrazioni pubbliche centrali al dialogo e alla collaborazione col mondo delle imprese. Da tempo non registra un’evoluzione positiva per il comparto, né aperture nei confronti delle imprese:
“Al contrario assistiamo a una sorta di nazionalizzazione dei servizi culturali con un “accentramento” sul settore pubblico di gran parte delle funzioni progettuali, promozionali, gestionali e operative. Sembra si stia tornando indietro rispetto alla Legge Rochey di alcuni decenni fa”.
Questo atteggiamento, secondo Aicc, riduce la diffusione della cultura soprattutto verso i cittadini e penalizza le imprese culturali e creative.
“Date le limitate forze messe a disposizione dalla pubblica amministrazione per i beni culturali, nei fatti gli sforzi dediti alla sua valorizzazione si concentrano sui luoghi più attrattivi, cioè soprattutto quelli che sono meta del turismo internazionale. D’altro canto, gli stanziamenti per il Mic si sono quasi dimezzati negli ultimi anni. Per cui si è creato un grande squilibrio nell’affluenza e fruizione culturale, come già dimostrato dai dati”.
Cosa chiedono le imprese culturali e creative
In questo scenario, le priorità per Aicc seguono tre filoni. Il primo riguarda il riconoscimento di una normativa specifica per le imprese culturali e creative, in particolare, precisa il presidente Aicc:
“Dando una forma più razionale all’elenco speciale che è stato introdotto presso le Camere di Commercio in forza dell’articolo 23 della legge 206/2023 (cosiddetta del “Made in Italy”) e che attualmente include centinaia di codici Ateco. Tanto che è stato stimato in circa 450.000 il numero delle imprese teoricamente eleggibili”.
Inoltre, come per le altre associazioni aderenti a Confindustria Cultura Italia, anche Aicc rivendica la riduzione a un massimo del 5% dell’iva sulle transizioni culturali.
“Potrebbe essere un provvedimento che non pesa sulle casse della finanza pubblica, perché comporterebbe l’introduzione dell’iva anche sui biglietti d’ingresso, attualmente esenti. Si tratterebbe di un aumento minimo anche nei siti più frequentati, 0.75 centesimi al Colosseo”.

Infine, Aicc richiede un passo in avanti sul partenariato speciale pubblico-privato. Per l’ente a tutela delle associazioni culturali e creative, nel pieno rispetto del codice degli appalti, la centralità del rapporto fra pubblico e privato va attribuita al contributo del privato al progetto di rifunzionalizzazione o di valorizzazione di un bene, alla definizione di un piano di attività flessibili e adattabili, sempre in un clima di collaborazione.
“Al contrario, l’interpretazione che ne è stata data, anche attraverso specifiche circolari, impedisce alla pubblica amministrazione di collaborare anche finanziariamente al progetto, riducendo così la portata di questo importante strumento a piccoli interventi di tipo volontaristico, ma non imprenditoriale. Una tale impostazione va radicalmente rivista”.

