
Nella lettura del recente rapporto di Bpifrance Le Lab dedicato alla “patte italienne” nell’export bisogna evitare di incedere a un facile revanchismo. È sicuramente apprezzabile l’invito, proveniente dai cugini d’oltralpe, non sempre teneri nei nostri confronti, a riconsiderare la narrazione secondo cui la piccola dimensione delle imprese italiane sarebbe soprattutto un limite (per investire, internazionalizzarsi, attrarre competenze e competere con i grandi gruppi globali). I numeri presentati raccontano infatti una realtà diversa però.
Il valore reale delle Pmi: il 47% dell’export arriva da imprese come meno di 250 addetti
Secondo Bpifrance Le Lab, nel 2023 l’Italia era il sesto esportatore mondiale di beni: 677 miliardi di dollari di export e una quota mondiale del 2,8%, contro i 648 miliardi e il 2,7% francesi. L’Italia era invece solo undicesima tra gli importatori: segno di una capacità esportatrice sostenuta da una struttura produttiva reale, non solo da grandi flussi di interscambio.
Il dato più rilevante è un altro: il 47% del valore delle esportazioni italiane di beni è generato da imprese con meno di 250 addetti. In Francia, la stessa quota si ferma al 5%. È una differenza notevole: la piccola industria italiana non è marginale, ma è una base esportatrice diffusa.
Anche la concentrazione dell’export conferma questa lettura. In Francia i primi 10mila esportatori rappresentano il 95% del valore esportato; in Germania il 76%; in Spagna l’80%; in Italia solo il 55%. Il rapporto rileva inoltre circa 60mila esportatori industriali in Italia nel 2023, contro 26.400 in Francia. L’export italiano nasce da una moltitudine di imprese che hanno imparato a vivere sul mercato internazionale.
L’industria italiana, un’eredità di specializzazioni e alto valore aggiunto
Da qui il punto centrale: la piccola dimensione non è di per sé una virtù. Diventa una forza quando produce velocità decisionale, specializzazione, prossimità al cliente, flessibilità produttiva e capacità di adattamento. In molti casi, come abbiamo avuto modi di constatare, le nostre Pmi non esportano nonostante siano piccole; esportano perché hanno trasformato la propria dimensione in una leva competitiva.
Il rapporto lo riconosce con chiarezza. L’industria italiana non è un artigianato elegante ma arretrato: è spesso modernizzata, robotizzata, specializzata su nicchie ad alto valore aggiunto. Le macchine utensili rappresentano il 19% del valore delle esportazioni italiane nel 2024, circa 100 miliardi di euro, e collocano l’Italia al quinto posto mondiale in quel mercato, con una quota del 4,5% nel 2023.
Anche sul piano industriale il quadro è meno scontato di quanto spesso si dica. Il rapporto segnala che l’intensità robotica italiana è superiore di 5 punti a quella francese e che, nelle imprese tra 50 e 250 addetti, la produttività misurata come valore aggiunto per ora lavorata è di circa 50 euro in Italia contro 40 in Francia. Certo, il costo del lavoro italiano è inferiore (32 euro l’ora contro 47 in Francia nel 2024) ma la competitività italiana non si riduce al costo. Conta l’intreccio tra produttività, tecnologia, specializzazione e capacità commerciale.
La cultura commerciale come leva competitiva
Qui entra in gioco una caratteristica profonda del nostro capitalismo produttivo: la cultura commerciale. Molte Pmi italiane sono nate con il mercato davanti agli occhi. L’export non è stato un reparto creato a posteriori ma una necessità originaria. Il cliente non si aspetta solo un prodotto: si aspetta una soluzione, una modifica, una risposta rapida, una presenza. La “valigia” resta una metafora efficace: presidio diretto del mercato, conoscenza dei clienti, velocità di apprendimento.
Il rapporto aiuta anche a evitare l’errore opposto: trasformare questa forza in autocelebrazione. La piccola dimensione è competitiva quando è inserita in un ecosistema. Secondo Bpifrance Le Lab, i distretti industriali italiani raggruppano circa il 90% delle imprese manifatturiere; il 66% delle imprese localizzate nei distretti esporta, contro il 58% fuori distretto. Le Pmi ed Eti in distretto generano in media 22 milioni di euro di fatturato export contro 18 milioni per le imprese comparabili fuori distretto: il 20% in più.
Questo è il vero antidoto al motto semplicistico del “piccolo è bello”. Il piccolo da solo non basta. Il piccolo isolato è fragile. Diventa forte quando è parte di una filiera, di un distretto, di una rete di competenze, di un sistema di relazioni produttive e commerciali.
Le fragilità sistemiche delle Pmi
Il rapporto segnala anche alcune fragilità. L’Italia dispone di strumenti rilevanti per l’export (Ice, Sace, Simest, regioni, consorzi), ma il sistema appare ancora poco coordinato. Le imprese spesso promuovono insieme ma raramente vendono insieme. Esiste una forte capacità individuale di conquista dei mercati, ma non sempre una pari capacità collettiva di presidio strategico. È qui che a nostro avviso la piccola industria italiana dovrebbe interrogarsi. La forza dell’imprenditore non può rimanere l’unico motore dell’internazionalizzazione. L’agilità non può sostituire sempre l’organizzazione.
La cultura familiare non può impedire l’ingresso di competenze manageriali. Il tema non è scegliere tra piccola e grande impresa, ma capire quale crescita serva davvero. Non tutte le Pmi devono diventare gruppi. Tutte però devono chiedersi se la loro dimensione è coerente con le sfide che hanno davanti: intelligenza artificiale, transizione energetica, competenze, sostenibilità, finanza, passaggi generazionali, presidio dei mercati esteri. Crescere significa rafforzare funzioni critiche, processi decisionali, competenze, partnership, dati e tecnologie proporzionate alla propria scala.
Anche perché il quadro non è privo di rischi. Nelle conclusioni, Bpifrance Le Lab segnala che il 25% delle esportazioni italiane sarebbe esposto alla concorrenza cinese, quota simile a quella francese, e che il deficit commerciale italiano verso la Cina ha raggiunto 34 miliardi di euro, contro 19,1 miliardi per la Francia nel 2024.
Come tutelare il “successo italiano” nei mercati internazionali
Il successo italiano non è garantito per sempre. Deve essere difeso, aggiornato, reso più robusto. La lezione che viene dalla Francia è preziosa proprio perché non assolve e non celebra. Ci invita a smettere di raccontare la piccola dimensione come una patologia italiana, ma anche a non usarla come scudo contro il cambiamento. La piccola industria italiana non è forte perché è piccola. È forte quando riesce a essere piccola nella velocità, internazionale nell’ambizione, specializzata nella competenza e grande nella capacità di fare sistema.
Questa è forse la vera “patte italienne” che i francesi ci riconoscono: non un invito all’autocompiacimento, ma una ragione in più per aumentare l’autostima degli imprenditori italiani e la loro ambizione. Il futuro non sarà del piccolo che resta piccolo per difendersi. Sarà del piccolo che sa crescere dove serve, allearsi dove conviene, strutturarsi senza irrigidirsi e continuare a conquistare mercati senza perdere identità. Il titolo di un interessante convegno organizzato di recente da Assolombarda, “L’arte di crescere”, diventa davvero significativo se smette di essere una formula suggestiva e si trasforma in un impegno a fare della crescita non un automatismo ma una scelta, un metodo, una responsabilità.

