
Le imprese a controllo estero giocano un ruolo sempre più rilevante nello sviluppo economico dell’Italia. Sono quasi 19.000 le imprese estere sul territorio nazionale, una presenza che genera un valore aggiunto diretto pari a 188 miliardi di euro, dando lavoro a 1,8 milioni di persone.
È la fotografia che è emersa giovedì 2 luglio a Roma, presso la Luiss, in occasione dell’Annual Meeting 2026 del Gruppo Tecnico Confindustria Imprese Estere. L’evento, organizzato in collaborazione con la Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, ha rappresentato un importante momento di confronto tra istituzioni, imprese, Regioni e sistema Confindustria sulle condizioni necessarie per rafforzare la capacità dell’Italia di attrarre, accompagnare e consolidare investimenti esteri di qualità.

Apertura lavori Annual Meeting 2026 (credit: Stefano Meloni)
Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in apertura, ha ribadito che la presenza di imprenditori esteri sul nostro Paese non dev’essere vista come una minaccia, anzi:
“Il terreno economico italiano è un terreno fertile, se lo è per le imprese italiane lo è anche per le imprese a capitale straniero. L’unica cosa che non vogliamo sono le imprese mordi e fuggi, vogliamo imprese che vengano a fare business”.
In particolare, la politica di sostegno alle imprese, messa in campo dal ministero degli Esteri, è orientata su due direzioni: crescere all’estero per le imprese italiane, ma anche attrarre in Italia le imprese estere. Tajani ha infatti aggiunto che “dovremmo attirare di più venture capital nel nostro Paese”. Quali sono le condizioni con cui l’Italia può farlo oggi?
Le imprese estere come motore di crescita per l’Italia
Pur rappresentando lo 0,4% delle imprese attive, quindi una quota limitata del totale, le imprese estere pesano molto di più nelle grandezze che ne qualificano struttura produttiva e capacità competitiva. Questo è quanto è emerso da “Dai flussi di investimento al radicamento produttivo. Il contributo delle imprese estere alla competitività dell’Italia”, il Rapporto annuale 2026 dell’Osservatorio imprese estere. Presentato il 2 luglio alla Luiss, il Rapporto è stato realizzato dall’Osservatorio imprese estere con la collaborazione scientifica di Istat, Ice Agenzia, Liuc, Luiss Guido Carli, Scuola Imt Alti Studi Lucca e Centro Studi Assolombarda.

Antonio Tajani durante l’Annual Meeting 2026 del Gruppo Tecnico Confindustria Imprese Estere (credit: Stefano Meloni)
Secondo lo studio, il contributo sul fatturato nazionale generato dalle imprese estere è passato dal 17,8% del 2014 al 21% del 2023, pari a 887 miliardi di euro. Il contributo sull’export è salito invece dal 27,4% al 35,8%.
Crescita, innovazione, export, occupazione qualificata e sviluppo. Sono queste le macro aree dove il contributo delle imprese estere è più tangibile secondo il Rapporto Oie 2026. Così come è quantificabile lo sviluppo che le imprese estere arrecano sui territori. Generano impatti positivi su filiere, fornitori e reti produttive, contribuiscono alla crescita delle Pmi e alla diffusione di competenze e innovazione. Con 203 miliardi di export di beni spiegano il 35,8% del complesso dei flussi esportati del Paese. Ancora più rilevante è l’attività di importazione, pari a 228 miliardi (il 49,7% dell’import totale delle imprese attive in Italia).
Imprese estere e Pmi: leva centrale per la crescita e la competitività del Paese
Il Rapporto mostra inoltre come il contributo delle imprese estere non si esaurisca nel perimetro diretto delle aziende, ma si moltiplichi lungo le filiere nazionali. A fronte di 188 miliardi di euro di valore aggiunto diretto, il valore complessivamente collegato alle filiere raggiunge 398 miliardi, pari a 2,1 volte il valore diretto.
Sul fronte occupazionale, agli 1,8 milioni di addetti impiegati direttamente corrispondono 6,2 milioni di addetti complessivamente sostenuti, pari a 3,4 volte l’occupazione diretta. Questo effetto di indotto su fornitori, Pmi, distretti e territori conferma che il radicamento delle imprese estere è una leva centrale di crescita e competitività per il Paese.
Investimenti in innovazione, competenze e occupazione qualificata
Le imprese estere in Italia si contraddistinguono anche per il contributo alla crescita del Paese in termini di ricerca e sviluppo. Le imprese a controllo estero realizzano il 38,3% della ricerca e sviluppo privata in Italia e presentano livelli di produttività superiori alla media europea. Offrono occupazione qualificata e retribuzioni competitive, contribuendo ad attrarre e trattenere competenze ad alto valore aggiunto nel Paese.
Maggior solidità per filiere, distretti industriali e Pmi
Le imprese estere non rappresentano solo un investimento diretto, ma un fattore di sviluppo per i territori. Attraverso filiere, fornitori e reti produttive, contribuiscono alla crescita delle Pmi e alla diffusione di competenze e innovazione. Allo stesso modo garantiscono opportunità lungo l’intero sistema industriale.
Fausto Bianchi, presidente della Piccola Industria di Confindustria e vice presidente di Confindustria, intervenendo all’Annual Meeting 2026, ha spiegato infatti che:
“Le imprese a controllo estero e le Pmi italiane sono alleate: quando un investimento internazionale si radica nel territorio, ne beneficia un intero ecosistema di imprese, lavoratori e comunità locali”.
Il presidente della Piccola ha infatti precisato che la loro presenza in Italia fa sì che:
“Per ogni euro di valore aggiunto generato direttamente dalle imprese estere se ne attivano oltre due nell’economia italiana, e ogni posto di lavoro ne sostiene più di tre nell’indotto. Dico che le Pmi e le imprese estere sono alleate perché la nostra infrastruttura di piccole e medie imprese è un fattore competitivo: la qualità delle nostre filiere è uno dei motivi per cui gli investitori internazionali scelgono l’Italia. Perché questa alleanza produca risultati strutturali, serve una politica economica che sostenga la crescita dimensionale delle Pmi con investimenti in innovazione, patrimonializzazione, accesso al credito e competenze. Solo così filiere, investimenti esteri e territori potranno davvero crescere insieme, rafforzando la competitività del Paese”.

Il presidente di Piccola Industria, Fausto Bianchi, durante l’Annual Meeting 2026
Le regioni produttive dove si concentrano le imprese estere
Il Rapporto evidenzia come alcune regioni riescano a trasformare il proprio potenziale economico e industriale in investimenti esteri più efficacemente di altre. Rafforzare l’attrattività significa quindi concentrare l’azione istituzionale sui territori che presentano margini di crescita ancora inespressi, favorendo una maggiore collaborazione tra Governo, Regioni e sistema produttivo.
Le prime cinque regioni (Lombardia, Lazio, Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna) concentrano il 76% del valore aggiunto prodotto dalle imprese estere, con la sola Lombardia che ne rappresenta il 37,9%.
Dal Rapporto emerge anche che tra il 2017 e il 2023 l’incidenza occupazionale delle imprese estere è aumentata in tutte le regioni: crescita della presenza e concentrazione del valore descrivono, quindi, due dimensioni della stessa geografia produttiva. Accanto ai territori che esprimono già una forte capacità attrattiva, emergono aree con margini di crescita significativi, sulle quali è bene rafforzare la collaborazione tra Governo, Regioni e sistema produttivo.
Nuovi investimenti esteri: per attrarli serve un percorso univoco
Per consolidare gli investimenti esistenti e favorirne di nuovi è necessario offrire agli investitori un percorso semplice, coordinato e riconoscibile. In questa prospettiva diventa strategico rafforzare il coordinamento tra Mimit, Maeci, Regioni e sistema della rappresentanza. Confindustria Imprese Estere intende contribuire a questo obiettivo rafforzando il proprio ruolo di network di riferimento per le imprese estere che operano o intendono investire in Italia.

Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini e Barbara Cimmino, vice presidente di Confindustria per l’Export e l’attrazione degli investimenti (credit foto: Stefano Meloni)
In questo quadro, Confindustria consolida il proprio ruolo di raccordo tra imprese, istituzioni e investitori internazionali, contribuendo a rendere il sistema produttivo italiano più attrattivo, integrato e competitivo. Barbara Cimmino, vice presidente di Confindustria per l’Export e l’attrazione degli investimenti, ha dichiarato:
“Il messaggio del Rapporto è chiaro: la crescita passa anche dal rafforzamento di chi ha già scelto l’Italia. Circa tre quarti dell’aumento occupazionale recente viene da imprese estere già presenti sul territorio: accompagnarne consolidamento e reinvestimenti significa generare nuovo valore, nuova occupazione e indotto lungo le filiere italiane. Per questo attrazione e radicamento devono essere due leve della stessa strategia”.
Il leader degli industriali, Emanuele Orsini, ha chiuso la giornata con un invito a creare delle condizioni adeguate ad attrarre gli investimenti esteri:
“Dobbiamo creare quelle condizioni abilitanti perché le imprese estere che hanno investito in Italia rimangano e delle condizioni per attrarre quelle imprese che vorrebbero venire nel nostro paese. Tra i primi nodi da affrontare su questo punto, c’è il tema della burocrazia: abbiamo bisogno di essere molto veloci nelle risposte.
L’Italia non può farlo da sola. Orsini ha infatti ammesso che anche l’Europa, “deve creare le condizioni abilitanti per fare prodotti”. Sulle Pmi e la crescita dimensionale, infine, ha detto che:
“Bisogna aggregare le piccole imprese, serve un vantaggio fiscale, una premialità. Speriamo ci sia spazio nella prossima legge di bilancio”.

