
Governance, politica industriale, energia, intelligenza artificiale e investimenti. Sono alcune delle grandi sfide che attraversano il nuovo numero della Rivista di Politica Economica, intitolato “Il momento delle scelte: competitività e autonomia in Europa”. Un volume che raccoglie il contributo di economisti e studiosi per riflettere sulle condizioni necessarie a rilanciare la competitività del continente.

STEFANO MANZOCCHI
Ne parliamo con Stefano Manzocchi, prorettore per la Ricerca e la Terza Missione dell’Università Luiss Guido Carli e direttore della Rivista, che ripercorre il filo conduttore del numero e spiega perché il futuro dell’Europa dipenda dalla capacità di trasformare il proprio potenziale in crescita.
Direttore, “Il momento delle scelte: competitività e autonomia in Europa” è un titolo che richiama un’urgenza precisa. Qual è il messaggio che avete voluto affidare a questo numero della Rivista di Politica Economica?
L’idea di questo numero non è del tutto nuova, ma ci sembrava importante ribadire un concetto che spesso passa in secondo piano. L’Europa continua a essere una realtà di straordinaria rilevanza economica. È una grande potenza manifatturiera, dispone del più ampio bacino di risparmio a livello mondiale ed esprime competenze scientifiche e tecnologiche di altissimo livello. Negli ultimi anni ha dimostrato di saper innovare in settori strategici, dalla farmaceutica all’aerospazio.
Eppure, viene spesso raccontata come un continente destinato a un declino inevitabile. Il messaggio che attraversa questo volume è diverso: il declino non è scritto. Il modello europeo conserva punti di forza importanti e può continuare a rappresentare un fattore di competitività, a condizione di affrontare alcuni nodi che da troppo tempo ne limitano il potenziale.
Il primo riguarda la capacità dell’Europa di decidere con maggiore rapidità e di dotarsi degli strumenti necessari per sostenere la crescita. È questo il filo conduttore che lega i diversi contributi raccolti nella Rivista: non descrivere un declino inevitabile, ma individuare le leve attraverso cui l’Europa può tornare a competere.
Il saggio “Competitività europea: falsi miti e vere opportunità” richiama alcuni dei temi affrontati dai rapporti Draghi e Letta. A circa due anni dalla loro pubblicazione, quali indicazioni restano ancora da tradurre in azione?
Quel saggio, firmato da Marco Buti e Marcello Messori, parte proprio da questa considerazione. I rapporti Draghi e Letta hanno indicato con chiarezza le priorità sulle quali intervenire, ma molte di quelle indicazioni attendono ancora una concreta attuazione.
Da un lato c’è il tema della governance europea. Rendere più efficienti i processi decisionali e proseguire sul terreno della semplificazione amministrativa significa creare condizioni più favorevoli agli investimenti e alla crescita. Dall’altro emerge la necessità di rafforzare la dimensione europea della politica industriale, superando una frammentazione che continua a rallentare la capacità dell’Unione di competere con i principali attori globali.
Il punto è che queste due direttrici sono strettamente collegate. Un’Europa che decide più rapidamente e che investe insieme è un’Europa in grado di affrontare con maggiore efficacia le grandi sfide della competitività, dall’energia all’innovazione tecnologica.
Un altro tema centrale del volume è quello affrontato nel saggio “Politica industriale e competitività europea: il rischio della frammentazione”. Perché oggi la frammentazione rappresenta uno dei principali ostacoli alla competitività?
Il contributo di Stefano Olivari mostra con chiarezza come questo sia uno dei principali punti di debolezza dell’attuale modello europeo.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una forte crescita degli aiuti di Stato nazionali. Nel 2024 hanno superato i 90 miliardi di euro, mentre le risorse europee destinate direttamente alle politiche industriali sono rimaste su livelli molto più contenuti. È un dato che evidenzia come, nonostante il dibattito sulla necessità di una politica industriale comune, continuiamo ad affidarci prevalentemente agli strumenti dei singoli Stati.
Questa situazione produce almeno due effetti. Innanzitutto, accentua le differenze tra Paesi con capacità di bilancio molto diverse. Inoltre, rende più difficile costruire una strategia realmente europea. Le politiche industriali nazionali finiscono spesso per procedere senza un coordinamento sufficiente, con il rischio di sovrapposizioni o interventi poco integrati.
Per questo il saggio richiama l’importanza di strumenti comuni, come gli IPCEI e il procurement europeo, capaci di mettere in rete le iniziative nazionali e orientarle verso obiettivi condivisi. È una condizione essenziale se vogliamo rafforzare la competitività del mercato unico.
Tra i contributi del volume, “Energia per competere: prezzi, divari e autonomia strategica nell’Unione europea” affronta una questione che continua a condizionare la competitività dell’industria europea. Perché il nodo energetico resta così decisivo?
Il saggio di Margherita Bianchi evidenzia un elemento che conosciamo bene, ma che continua a rappresentare uno dei principali fattori di svantaggio competitivo dell’industria europea.
Le imprese europee sostengono costi dell’energia significativamente superiori rispetto ai principali concorrenti internazionali. A questo si aggiungono differenze rilevanti anche all’interno dell’Unione. Pensiamo, ad esempio, all’Italia, dove le imprese continuano a pagare prezzi superiori alla media europea.
Il problema va oltre il singolo Paese. L’industria europea è organizzata attraverso filiere produttive che attraversano diversi Stati membri. Se il costo dell’energia varia in modo così marcato da un mercato all’altro, l’efficienza dell’intera filiera ne risente.
Per questo il tema energetico non riguarda soltanto il prezzo dell’elettricità o del gas. Riguarda la capacità dell’Europa di costruire un vero mercato integrato dell’energia, condizione indispensabile per rafforzare la competitività del sistema produttivo nel suo complesso.
Direttore, un altro tema che attraversa il volume è quello dell’intelligenza artificiale. Nel saggio “IA e competitività: il problema europeo non è inventare, ma adottare” si sostiene una tesi molto netta. Qual è oggi la vera sfida che l’Europa deve affrontare?
Il contributo di Emilio Calvano parte da una considerazione molto semplice: oggi la questione non è tanto sviluppare nuovi modelli di intelligenza artificiale, quanto creare le condizioni perché imprese e pubbliche amministrazioni possano utilizzarli in modo efficace. Su alcuni fronti l’Europa ha accumulato un ritardo rispetto ad altri grandi attori internazionali, ma questo non significa che non possa recuperare terreno nella fase di adozione.
L’intelligenza artificiale può incidere profondamente sull’organizzazione delle imprese. Esistono già applicazioni che consentono di migliorare il controllo della qualità, ottimizzare la gestione del magazzino, rendere più efficienti le catene di fornitura e, più in generale, intervenire sui fattori che determinano la produttività. È un cambiamento che va ben oltre l’utilizzo degli strumenti digitali per il marketing o per la relazione con i clienti, perché riguarda direttamente i processi produttivi.
Perché questo accada, però, servono alcune condizioni di contesto. Molte imprese, soprattutto di piccole e medie dimensioni, guardano con interesse all’intelligenza artificiale ma continuano a manifestare preoccupazioni sulla gestione e sulla condivisione dei dati. È quindi necessario rafforzare le infrastrutture digitali europee e costruire un quadro di regole più omogeneo, capace di favorire la fiducia e accelerare l’adozione di queste tecnologie.
Energia e intelligenza artificiale sono due dei temi più evidenti. Ma il numero affronta anche altre questioni chiave come produttività, capitale intangibile, investimenti e funzionamento delle istituzioni. Che immagine dell’Europa emerge mettendo insieme questi contributi?
L’immagine che emerge è quella di un’Europa che dispone ancora di risorse straordinarie, ma che deve imparare a valorizzarle meglio. È questo il filo che unisce i diversi contributi della Rivista.
Penso, ad esempio, al saggio “Produttività, capitale intangibile e potere di mercato: il divario fra Unione europea e Stati Uniti“, firmato da Cecilia Jona-Lasinio, Enrico Marvasi e da me, che mette in evidenza il ruolo crescente degli investimenti immateriali. Oggi ricerca, innovazione, dati, competenze organizzative e capitale umano rappresentano fattori sempre più decisivi per la competitività. Il divario con gli Stati Uniti non dipende soltanto dalla disponibilità di nuove tecnologie, ma anche dalla capacità di trasformare questi asset in crescita della produttività.
Allo stesso modo, altri contributi affrontano temi come gli investimenti pubblici, il funzionamento delle istituzioni o gli strumenti di politica industriale. Letti insieme, restituiscono un messaggio molto chiaro: non esiste una singola misura in grado di rilanciare la competitività europea. Servono politiche coerenti, capaci di agire contemporaneamente sull’innovazione, sugli investimenti, sul mercato unico e sulla qualità delle istituzioni. È proprio questa visione d’insieme che il volume cerca di offrire.
Chiudiamo tornando alla Rivista. Anche questo numero sembra parlare non soltanto al mondo accademico, ma a imprenditori, manager e decisori pubblici. È questa la direzione che volete rafforzare?
Assolutamente sì. La Rivista di Politica Economica nasce come luogo di approfondimento scientifico, ma il nostro obiettivo è fare in modo che le analisi contenute nei singoli contributi diventino strumenti utili anche per chi è chiamato a prendere decisioni.
Mi auguro che questo numero, curato con Marco Simoni, venga letto dagli studiosi e dagli autori che partecipano al dibattito scientifico, ma anche da imprenditori, manager e decisori pubblici. Oggi ciascuno può approfondire il tema più vicino alla propria attività, consultando i singoli contributi. Se riusciremo a trasformare analisi rigorose in strumenti capaci di aiutare a comprendere problemi concreti e orientare le scelte, allora la Rivista avrà raggiunto il suo obiettivo.

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