
L’edizione del Forum Teha di Cernobbio quest’anno ha restituito un’immagine dell’economia meno rassicurante di quanto suggerisca la stabilità italiana. Il punto non è soltanto che guerre, dazi, energia, tecnologia e tensioni geopolitiche rendono più difficile prevedere il futuro. È che queste variabili stanno entrando nelle scelte industriali: incidono sul costo dell’energia, sulla disponibilità delle competenze, sugli investimenti, sulle catene di fornitura e sulla capacità di innovare.
Per gli imprenditori il messaggio è semplice: non basta più essere abili a gestire l’azienda di oggi. Occorre costruire un’organizzazione capace di adattarsi rapidamente all’azienda di domani.
Forum di Cernobbio: di cosa si è parlato
A Cernobbio si è parlato molto di Europa e di massa critica. La questione riguarda da vicino soprattutto le pmi italiane. Lo studio Teha-Amazon presentato al Forum rileva che gli investimenti high-tech in Italia valgono l’1,3% del Pil contro l’1,9% della media europea, un divario del 32%. Ancora più significativa è la distanza dimensionale: l’intensità digitale alta o molto alta riguarda l’82% delle grandi imprese e soltanto circa un terzo delle piccole. Il dato suggerisce che le pmi devono smettere di considerare l’autosufficienza come un valore assoluto.

Villa D’Este, location dell’evento (credit foto: The European House – Ambrosetti)
La prima scelta è quindi decidere dove serve davvero una nuova dimensione, non necessariamente attraverso acquisizioni o fusioni. Per molte imprese la risposta può essere un ecosistema: partnership tecnologiche, reti di fornitura evolute, università, centri di ricerca, consulenti specialistici, piattaforme condivise. La domanda da portare in consiglio di amministrazione non dovrebbe essere soltanto “che cosa possiamo fare da soli?”, ma “quali capacità dobbiamo possedere e quali possiamo acquisire attraverso una rete?”.
È un cambio culturale importante per le imprese familiari, spesso abituate a identificare autonomia e controllo con la proprietà diretta delle competenze critiche.
L’Ia come frontiera scientifica per le imprese
Il secondo messaggio affrontato durante il Forum riguarda l’intelligenza artificiale. A Cernobbio oltre metà degli imprenditori e manager interpellati l’ha indicata come la frontiera scientifica più trasformativa. Il rischio è però continuare a parlarne come di una tecnologia da osservare, delegandola all’It o moltiplicando sperimentazioni senza un disegno. La fase dei prof of concept isolati deve lasciare spazio a una logica industriale. L’Ia produce valore quando entra nei processi, modifica tempi e responsabilità e migliora decisioni, servizio al cliente e produttività.
In azienda conviene partire da pochi use case ad alto impatto. Tre domande possono bastare: “dove impieghiamo molte ore in attività ripetitive? Dove la qualità delle decisioni dipende dall’analisi di grandi quantità di informazioni? Dove perdiamo valore per lentezza, errori o passaggi tra funzioni?”. Dalle risposte si scelgono tre-cinque processi. Per ciascuno vanno definiti una baseline, un risultato atteso, un responsabile e indicatori misurabili. Soltanto dopo viene la scelta della tecnologia. Invertire la sequenza significa acquistare strumenti prima di sapere quale problema devono risolvere.
Il nodo della produttività: più investimenti generano sempre più crescita?
Il terzo tema affrontato a Cernobbio riguarda la produttività. Un’analisi presentata al Forum è particolarmente scomoda: quasi 300 miliardi di incentivi alle imprese in 25 anni non mostrano, a livello aggregato, una correlazione positiva con la crescita della produttività. Non è un argomento contro gli incentivi. È un argomento contro l’idea che l’investimento sia automaticamente trasformazione. Vale anche in azienda: comprare un software, un impianto o un programma di consulenza strategica non produce risultati se non cambiano processi, comportamenti e responsabilità.
Ogni investimento rilevante dovrebbe essere accompagnato da una semplice “scheda del valore”: quale problema risolve, quale indicatore deve migliorare, chi è responsabile dell’adozione, quali comportamenti devono cambiare e quando verificheremo i risultati. Serve a evitare un errore frequente: misurare ciò che è stato speso anziché il valore prodotto.
I talenti che restano: le persone come capitale d’impresa
Il quarto messaggio emerso dal Forum concerne le persone. Il richiamo del ministro Giorgetti a considerare le retribuzioni come investimento e non soltanto un costo trova una conferma nello studio Teha sulla perdita dei talenti. Senza interventi strutturali l’Italia rischia una perdita cumulata di circa 760 mila laureati nel periodo 2025-2035. Dietro questo numero c’è una questione che nessuna impresa può delegare interamente alle istituzioni: perché una persona competente dovrebbe scegliere di entrare, restare e crescere proprio nella nostra azienda?
La risposta non può essere soltanto economica. Retribuzione, qualità della leadership, possibilità di apprendere, meritocrazia, autonomia e chiarezza delle prospettive professionali costituiscono ormai un unico sistema. Per questo il tema dei talenti dovrebbe entrare nell’agenda strategica con la stessa dignità degli investimenti commerciali o industriali. Il vertice dovrebbe mappare le competenze critiche nei successivi tre anni, individuare i gap e definire quali sviluppare internamente e quali acquisire dall’esterno. Nelle imprese familiari questo esercizio ha un valore ulteriore perché costringe a distinguere le posizioni da affidare alla famiglia da quelle nelle quali deve prevalere la migliore competenza disponibile.
L’energia come variabile industriale
Il quinto tema è l’energia. Le analisi presentate a Cernobbio mostrano quanto sia ormai una variabile industriale prima ancora che ambientale. Il settore Energy & Utility stima un potenziale di 315 miliardi di investimenti privati entro il 2035. Per la singola impresa il punto non è inseguire le grandi cifre nazionali, bensì trattare energia e resilienza come parte della strategia competitiva. Significa conoscere l’incidenza energetica sui margini, simulare scenari di prezzo, verificare la vulnerabilità dei fornitori e valutare autoproduzione ed efficienza dove economicamente sostenibili.
Infine, c’è la leadership. Geopolitica, Ia, energia, demografia e competenze non possono più essere affrontate da funzioni separate che si incontrano soltanto al momento del budget. Richiedono un management capace di integrare prospettive diverse e di decidere anche quando le informazioni sono incomplete.
Ricette strategiche per pmi competitive
Un modo concreto è introdurre ogni trimestre una “strategic review” di mezza giornata, distinta dalla normale riunione sui risultati. Non serve discutere venti temi. Ne bastano cinque: cambiamenti dello scenario esterno, tecnologie potenzialmente rilevanti, rischi per clienti e supply chain, competenze critiche, investimenti da accelerare o fermare. L’output deve essere essenziale: poche decisioni, un responsabile per ciascuna, una scadenza e un indicatore.
Cernobbio non ha fornito una ricetta per le imprese e forse è proprio questo il suo messaggio più utile. In una fase nella quale le discontinuità si sommano, cercare il piano perfetto può diventare una forma di immobilismo. La competitività dipenderà sempre più dalla capacità di scegliere dove concentrare risorse, costruire alleanze, trasformare la tecnologia in processi, trattenere le competenze e correggere rapidamente le decisioni quando cambia lo scenario.
Per un imprenditore la domanda finale non dovrebbe essere “che cosa succederà?”. È una domanda alla quale nessuno può rispondere con sufficiente affidabilità. Quella veramente utile dovrebbe essere: “quanto è pronta la mia organizzazione a reagire a ciò che succederà?”. È su questa capacità, più che sulla qualità delle previsioni, che a nostro avviso e in base alla nostra esperienza di affiancamento alle aziende, si giocherà una parte importante della competitività dei prossimi anni. Perché, come ricorda Peter Senge in “The Fifth Discipline”, “i problemi di oggi vengono dalle soluzioni di ieri”.

