
L’11 giugno, nella sede di Confindustria, gli Stati industriali della cultura hanno riunito per la prima volta le principali associazioni delle industrie culturali italiane per un confronto che ha messo attorno allo stesso tavolo rappresentanti delle istituzioni e delle imprese per discutere di industria, mercato, innovazione e prospettive di crescita.
È un cambio di prospettiva che merita attenzione. Perché, se ogni comparto ha illustrato le proprie specificità, è emerso con chiarezza un elemento comune: la cultura è ormai una componente strutturale dell’economia italiana e come tale dovrebbe essere considerata dalle politiche pubbliche. Ogni Paese sceglie quali settori considerare strategici per il proprio sviluppo. Lo fa attraverso gli investimenti, gli incentivi, la fiscalità, la programmazione. È in questo modo che si costruisce una politica industriale.
Imprese culturali: serve una politica industriale dedicata
Sorprende, dunque, che l’Italia, il Paese che più di ogni altro fonda la propria identità sulla cultura, continui a non riconoscere pienamente le industrie culturali come uno degli assi portanti della propria economia.
L’equivoco nasce da una visione della cultura ormai insufficiente, troppo spesso confinata alla sola tutela del patrimonio o considerata esclusivamente come una voce di spesa pubblica. Certo, conservare e valorizzare un’eredità artistica e monumentale senza eguali resta un dovere costituzionale e civile, ma ridurre la cultura a questa dimensione significa ignorare una realtà economica che da tempo ha assunto i contorni di una vera e propria industria.
È proprio nella cultura, infatti, che risiedono alcune delle maggiori potenzialità per il futuro dell’economia italiana: investire nel suo sviluppo significa valorizzarne la capacità di trasformare il patrimonio culturale, la conoscenza, la creatività e la proprietà intellettuale in valore economico, occupazione qualificata e crescita sostenibile.

Luigi Abete, presidente di Confindustria Cultura Italia
Editoria, cinema, audiovisivo, musica, musei, contenuti digitali, valorizzazione del patrimonio: sono comparti che ogni giorno producono ricchezza e competitività. Dietro ciascuna opera e attività culturale esiste una filiera composta da imprese, professionisti e creativi che operano in un mercato sempre più internazionale.
Il valore dell’industria culturale in Italia
I numeri confermano questa realtà: queste industrie culturali rappresentano quasi 118 mila imprese, occupano oltre 300 mila addetti e generano un fatturato prossimo ai 60 miliardi di euro, con più di 21 miliardi di valore aggiunto.
A questi dati si unisce un effetto moltiplicatore che investe altri settori come turismo, commercio, servizi, manifattura creativa e attrattività internazionale. In altre parole, la cultura non rappresenta soltanto un settore produttivo: è uno dei principali fattori che alimentano altri comparti dell’economia nazionale.
Eppure, questo peso economico continua a non tradursi in una visione politica fondata su obiettivi chiari, strumenti adeguati e una programmazione di lungo periodo.
La cultura come asset strategico
Mentre altri Paesi europei hanno inserito le industrie culturali all’interno delle proprie strategie industriali, in Italia gli interventi restano spesso episodici, frammentati e affidati a misure emergenziali o a singoli strumenti di sostegno.
Manca una cornice capace di accompagnare la crescita del settore. È questo il vero nodo. La questione riguarda il modo in cui si considera la cultura: se viene riconosciuta come un investimento produttivo, allora cambiano le priorità: crescono gli strumenti per sostenere le imprese, per favorire l’innovazione, per facilitare l’accesso al credito, per incentivare la domanda culturale e per accompagnare l’internazionalizzazione.
Lo stesso vale per le grandi trasformazioni digitali che stanno ridefinendo l’economia globale. Le industrie culturali considerano da sempre l’innovazione tecnologica come un’opportunità per sviluppare nuovi modelli di business e nuove modalità di fruizione dei contenuti: lo hanno fatto in passato e continuano a farlo oggi attraverso investimenti dedicati. Si tratta, infatti, di uno dei settori in cui creatività, tecnologia e conoscenza si intrecciano con maggiore intensità.
La questione culturale è una questione economica
Tuttavia, proprio questa apertura al cambiamento rende necessario definire norme chiare a tutela degli attori della filiera. L’intelligenza artificiale pone oggi interrogativi profondi sulla tutela della creatività e sulla sostenibilità economica delle filiere culturali. Difendere il diritto d’autore, garantire regole trasparenti nell’utilizzo delle opere e assicurare condizioni di concorrenza equilibrate non significa frenare l’innovazione, ma creare le condizioni affinché l’innovazione produca valore senza impoverire chi quel valore lo genera.
In definitiva, la questione culturale è ormai una questione economica. Continuare a trattarla esclusivamente come materia di conservazione del patrimonio significa sottovalutarne il contributo alla crescita nazionale. Riconoscerne invece la natura industriale significa dotare il Paese di una leva di sviluppo che pochi altri possono vantare.
L’Italia dispone di un capitale culturale unico al mondo. Il vantaggio competitivo non deriva soltanto dalla storia: deriva dalla capacità di trasformare quella storia in produzione, innovazione, occupazione e valore. È questa la sfida che attende la politica economica italiana: fare della cultura non soltanto un simbolo dell’identità nazionale, ma una componente strutturale della strategia di crescita del Paese.

