
Chi è cresciuto davanti ai grandi classici, forse ricorderà uno dei messaggi antipirateria più iconici degli anni ’90 e 2000. Ammoniva: “non accettate i falsi, esigete sempre e solo videocassette originali”. Oggi la videocassetta è diventata un oggetto retrò, per collezionisti, ma il supporto fisico per i prodotti d’intrattenimento conserva ancora il suo fascino, mentre il mercato che rappresenta è attuale più che mai.
A rappresentare le imprese di questo settore è Univideo, l’associazione che si occupa di tutelare e sostenere gli editori di audiovisivi operanti su media digitali (dvd, blu ray e 4k Ultra Hd). Univideo è tra le associazioni di categoria che ha partecipato a “Gli Stati Industriali della Cultura“, l’evento che l’11 giugno, nella Sala Pininfarina di Confindustria, ha riunito su iniziativa di Confindustria Cultura Italia le associazioni che rappresentano editoria, musica, cinema, audiovisivo e servizi per la valorizzazione del patrimonio culturale.
Nell’era della dematerializzazione, certe persone direbbero che ormai si può ricorrere tranquillamente allo streaming. Niente di più sbagliato, perché in realtà il supporto fisico ha un valore inestimabile, anche e soprattutto per l’economia italiana: nel 2025-2026 ha generato 900 mln di euro di fatturato. Come sostenere allora un comparto che custodisce fisicamente e valorizza il patrimonio audiovisivo del Paese? È una missione in cui crede fermamente Luciana Migliavacca, presidente di Univideo:
“Siamo passati da una fase in cui prevaleva il possesso del supporto, naturale linea di continuità con l’esperienza della sala, a quella dell’accesso attraverso le piattaforme online. A questo si aggiunge una sproporzione fiscale che come Univideo sottolineiamo da tempo: sui prodotti audiovisivi grava un’ival 22%, tra le più alte d’Europa, contro il 4% applicato ai prodotti editoriali. In tutto ciò, la pirateria continua a sottrarre valore alle opere, e quindi reddito, a chi le produce e le distribuisce. Chi lavora nel settore audiovisivo custodisce competenze preziose che rischiamo di disperdere se non sosteniamo adeguatamente tutta la filiera”.
I numeri del comparto dell’home video
Il mercato dell’home entertainment, a livello globale, ha superato i 350 miliardi di dollari, e l’Italia resta un mercato importate. Nonostante l’eredità culturale che custodisce, in questo momento il supporto fisico convive con il grande competitor dello streaming.
Lo streaming in abbonamento è ormai infatti il segmento dominante, mentre il supporto fisico, dopo il ridimensionamento degli ultimi quindici anni rispetto al picco del dvd, si è riposizionato come una nicchia di pregio.
“Non lo nascondiamo: i volumi di massa di un tempo non torneranno. Ma ciò che resiste oggi è la fascia alta, e mostra segnali di reale vitalità”, spiega la Migliavacca.
Lo confermano anche i dati Niq basati sul Panel Entertainment. Nel 2025 il blu-ray 4k ha registrato in Italia una crescita del 4%, con oltre 200 mila unità vendute per un valore (riferito a questo specifico segmento) superiore ai 5 milioni di euro. Sono cresciuti anche i film di catalogo del +4%, raggiungendo il livello più alto degli ultimi quattro anni. Parallelamente, è cresciuto il comparto digitale transazionale (n.d.r. il settore dell’intrattenimento domestico che include i servizi di acquisto e noleggio di contenuti audiovisivi, come film e serie tv) con un +5% nelle transazioni e un +8% nei ricavi rispetto all’anno precedente.
Quello che emerge da questo studio è perciò che streaming e home video sono ugualmente importanti per l’entertainment, ma traducono dei tipi di fruizione e delle nicchie di mercato molto diverse tra loro.
“Questa proiezione consolida così un modello in cui acquisto digitale e supporto fisico non si escludono, ma convivono e si rafforzano a vicenda, mettendo al centro non solo la fruizione immediata ma anche il valore culturale dell’opera e la sua conservazione nel tempo”.
Luciana Migliavacca, presidente di Univideo
Nuove generazioni e audiovisivo: il lusso della disconnessione
Se lo streaming è per le nuove generazioni la principale abitudine di consumo dell’industria dell’intrattenimento, la GenZ sta però riscoprendo anche l’esclusività del supporto fisico per il comparto dell’audiovisivo. È una tendenza che si sta affermando negli Usa e che sta conquistando anche l’Italia.
Secondo una recente analisi del Digital Entertainment Group, una parte crescente della Gen Z mostra segnali di insoddisfazione verso la necessità di gestire un “portafoglio” di abbonamenti streaming tutti diversi tra loro, in cui capita di non riuscire a trovare il film che si desidera vedere in un dato momento: l’idea dell’accesso illimitato si scontra con una realtà di cataloghi frammentati e di titoli che possono sparire da un giorno all’altro.
Il pubblico più giovane cerca invece esclusività, personalizzazione, prodotti che si possano conservare nel tempo. Chi possiede l’edizione fisica possiede il film, indipendentemente dalle logiche di licenza delle piattaforme. La presidente di Univideo:
“Mi piace definire questa dimensione il ‘lusso della disconnessione’: prendersi il tempo di scegliere, costruire una collezione personale che racconti gusti, passioni e ricordi. Tra un catalogo infinito e uno scaffale di film amati la differenza è semplice: nel primo caso si naviga, nel secondo si costruisce una storia personale. I giovani non sono soltanto consumatori: sono custodi del patrimonio cinematografico, e li coinvolgiamo come tali in tutti i nostri progetti. Dobbiamo trasmettere ai giovani che nel ‘dischetto’, come spesso si chiama il supporto fisico, c’è un contenuto da tutelare. Ricominciamo a credere nel supporto”.
I “classici” come identità culturale del Paese: i vantaggi del remastering per le imprese
Il valore di un classico per il Paese non è solo il suo fatturato, ma la sua capacità di tramandare l’identità culturale italiana alle nuove generazioni. Lo sa bene Univideo che, da tempo, sta lavorando con Siae e Anica per riportare alla luce quei film di cui non si sa più chi detenga i diritti, o perché sono fuori catalogo. Per fare tutto ciò, servono però sostegni dai produttori del settore e dal Governo, così da riportare l’industria dell’audiovisivo ai vecchi fasti. Una delle misure di punta a cui aspira Univideo, per esempio, sono i contributi automatici per film classici, che attualmente non ne usufruiscono.
“Oggi il sistema dei contributi automatici premia le imprese in base ai risultati delle opere prodotte o distribuite, ma è di fatto tarato sulle opere nuove. I film classici — il nostro patrimonio storico — ne restano esclusi, e con loro le opere cosiddette “disperse”, quei titoli che vengono recuperati e pubblicati per la prima volta su supporto fisico. La nostra proposta è semplice nel principio: estendere i contributi automatici anche ai film classici e alle opere disperse pubblicate per la prima volta su supporto”.
Sul fronte istituzionale per la tutela della filiera, Univideo è in dialogo costante con il Ministero della Cultura e con il Parlamento per portare le istanze del settore dentro i provvedimenti legislativi: di recente, per esempio, ha sostenuto l’emendamento che ha incluso i prodotti audiovisivi su supporto tra quelli acquistabili con la Carta del docente. Sul fronte della promozione, Univideo sviluppa inoltre eventi e campagne aperte al pubblico per diffondere la cultura dell’home entertainment. Un esempio è l’organizzazione in Italia del roadshow internazionale del Digital Entertainment Group, occasione di confronto con i protagonisti del settore a livello mondiale giunta alla sua 2° edizione.
Cosa chiedono le imprese dell’home entertainment
Come per gran parte delle associazioni che hanno aderito agli Stati Industriali della cultura di Confindustria, anche Univideo ribadisce l’importanza della tax credit per tutte le aziende del settore. Tra le richieste fondamentali per le Pmi del settore, ce ne sono in particolare tre:
“La prima è il riequilibrio fiscale: chiediamo che l’aliquota iva sui prodotti audiovisivi sia avvicinata a quella dei prodotti editoriali, riconoscendo finalmente che il film è un bene culturale al pari del libro. La seconda è l’estensione agli editori audiovisivi del credito d’imposta già previsto per il mondo del cinema, da cui oggi siamo di fatto esclusi pur essendo parte integrante della stessa filiera. La terza riguarda i contributi automatici, e in particolare la loro estensione ai film classici e alle opere “disperse” pubblicate per la prima volta su supporto fisico”.
A questi dossier si affianca il contrasto alla pirateria, un fenomeno che continua a sottrarre valore alle opere. Gli ultimi dati FAPAV-Ipsos indicano che nel 2025 l’incidenza della pirateria di contenuti audiovisivi si attesta intorno al 37% della popolazione, pari a circa 20 milioni di italiani, sia nella fascia 10/14 anni sia in quella dai 15 anni in su. Il danno complessivo per il Sistema Paese è stimato in 2,3 miliardi di euro di fatturato perso, con una perdita di Pil di 902 milioni, mancate entrate fiscali per 408 milioni e circa 11.100 posti di lavoro tra perdite e mancate opportunità occupazionali.



