
Cuciture millimetriche, tessuti ad altissima tecnologia, sensori integrati e dispositivi luminosi capaci di comunicare informazioni sulle condizioni fisiche di chi li indossa. Quando si osserva una tuta progettata per lo spazio, nessun dettaglio è casuale. Ogni elemento deve rispondere a requisiti rigorosi di sicurezza, resistenza e funzionalità. La vera sfida è un’altra: come trasformare un indumento in uno strumento tecnologico capace di accompagnare il corpo umano in uno degli ambienti più complessi in assoluto?
Settore aerospaziale: nuove frontiere della manifattura per l’abbigliamento tecnologico
È su questo terreno che si muove Spacewear, azienda italiana con sede a Fano, nelle Marche, specializzata nello sviluppo di abbigliamento tecnologico per il settore aerospaziale. Una realtà che abbiamo avuto modo di conoscere come Fondazione Giuseppina Mai e che merita di essere raccontata. Un progetto che intreccia competenze tessili, ingegneria, ergonomia e design, portando la cultura manifatturiera italiana in un ambito dove ogni scelta progettuale deve confrontarsi con requisiti tecnici particolarmente severi. È Corinna Sperandini, cofondatrice e amministratrice delegata di Spacewear, a illustrare il cuore del progetto:
“Spacewear nasce nel 2021 con l’obiettivo di innovare il settore tessile abbigliamento, fondamento dell’industria manifatturiera italiana ma rimasto ancorato a contesti e logiche del passato che ne stanno determinando il declino. La decisione di andare nello spazio avviene perché è il contesto di maggior rigore e in cui ricerca e sviluppo non sono parole. Lo spazio è l’elemento più difficile e ostile per l’essere umano, sostenerne la vivibilità, l’operatività, la tutela e il comfort con un capo di abbigliamento ed equipaggiamento è la sfida più difficile in assoluto. L’aspetto più complesso è conferire le nuove performance e funzioni, mantenendosi entro gli stringenti requisiti di sicurezza richiesti da Nasa. L’aspetto più operativo è stabilire quali sono le performance utili all’astronauta, come ottenerle con un unico capo di abbigliamento, come ottenerle dai tessuti e dalle integrazioni di device micronizzati non invasivi”.
Manifattura e aerospazio: l’abbigliamento italiano va in orbita
Uno degli aspetti più creativi di questo settore è costruire le tute con un design di nuova concezione, ergonomico e integrato.
“L’evoluzione che le nostre tute realizzano è dual use e rientra nei nostri obiettivi l’applicazione dei risultati delle nostre ricerche, sul pianeta Terra. Pensiamo per esempio al risparmio dell’acqua, necessario nella stazione spaziale e altrettanto sul nostro pianeta. L’antibattericità long life che testiamo sulle nostre tute utilizzate per giorni, durante il training, il sonno e l’operatività all’interno della Stazione Spaziale Internazionale, gli permette di restare perfettamente pulite. Realizzate col 50% di cotone sono oggetti ecosensibili”.
Progettare per lo spazio significa ripensare il concetto stesso di abbigliamento. Non basta realizzare un capo resistente o confortevole: occorre integrare materiali con prestazioni differenti, garantire libertà di movimento, rispettare standard di sicurezza e rispondere alle esigenze fisiche di chi dovrà indossarlo durante una missione. Una sfida nella quale la tecnologia deve adattarsi alla persona, senza diventare un ostacolo alle sue attività.
Il percorso di Spacewear ha già raggiunto risultati importanti: nel giugno 2023 la prima Smart Flight Suit, SFS1, viene indossata dall’astronauta Walter Villadei durante la missione suborbitale Virtute 1 dell’Aeronautica Militare, a bordo del velivolo SpaceShipTwo di Virgin Galactic. La tuta integra conduttori tessili per rilevare parametri biomedici e indicatori luminosi che permettono di visualizzare informazioni sul monitoraggio.
Nel gennaio 2024 arriva un nuovo traguardo: la Smart Flight Suit 2, SFS2, viene utilizzata da Villadei sulla Stazione Spaziale Internazionale durante la missione Ax-3 di Axiom Space. Per essere ammessa a bordo, la tuta e i suoi dispositivi devono rispondere a specifici requisiti di sicurezza e superare procedure di qualificazione.

La tuta Smart Flight Suit 2 di Spacewear
Dietro questo risultato c’è un lavoro di progettazione complesso. La SFS2 riunisce oltre 200 pezzi assemblati e combina tessuti ignifughi, resistenza ai liquidi, proprietà antistatiche e antimagnetiche, traspirabilità e termoregolazione. Caratteristiche che devono convivere nello stesso indumento senza comprometterne la leggerezza e la praticità. Il design diventa così parte della soluzione ingegneristica, non un semplice elemento estetico.
Abbigliamento a prova di missione aerospaziale: la cultura italiana del progetto Spacewear
Un ruolo importante è giocato anche dal comfort. Nelle attività all’interno delle stazioni spaziali, la vestibilità, la libertà di movimento e il contatto con i materiali contribuiscono al benessere dell’astronauta. È qui che la cultura italiana del progetto, con la sua attenzione all’ergonomia, alle forme e ai dettagli, incontra le esigenze della ricerca aerospaziale. La tuta deve rispondere alle condizioni della missione, ma anche adattarsi al corpo e ai gesti di chi la utilizza.

La tuta SFS2 in uso all’interno della Iss indossata dal Colonnello Walter Villadei.
C’è poi la tecnologia meno visibile. La SFS2 integra sistemi per la rilevazione di parametri biomedici, trasformando l’indumento anche in uno strumento di monitoraggio. Tessuti ed elettronica dialogano all’interno dello stesso capo, rendendo possibile la raccolta di informazioni fisiologiche senza rinunciare alla funzionalità dell’abbigliamento. Come sottolinea Marcello Azzoni, cofondatore e responsabile della ricerca, dello sviluppo e del design di Spacewear:
“Il percorso di Spacewear racconta anche una dimensione meno conosciuta dell’economia spaziale: il contributo delle competenze industriali e progettuali italiane a un settore spesso associato soltanto alle grandi agenzie e ai colossi internazionali. Un ambito in cui ricerca scientifica, manifattura e cultura del design possono incontrarsi per affrontare problemi altamente complessi. Perché vestire un astronauta non significa soltanto creare un capo capace di affrontare una missione spaziale. Significa progettare, nei dettagli più piccoli, il rapporto tra Uomo, tecnologia e ambiente. E dimostrare come anche un oggetto apparentemente familiare, quale una tuta, possa racchiudere una straordinaria complessità tecnologica in un ambiente dove tutto è critico. Non possiamo portare con noi la Terra nello spazio ma possiamo portare oggetti che ci fanno sentire a casa ricordandocene anche la bellezza”.
La storia di Spacewear testimonia così la capacità dell’innovazione italiana di trovare spazio anche nei settori più avanzati, valorizzando il patrimonio di competenze e conoscenze del nostro Paese e aprendo nuove prospettive di sviluppo, anche oltre il settore aerospaziale

