
L’audiovisivo italiano non è solo intrattenimento. È uno dei comparti fondamentali quando si parla di industria culturale del Paese. Dietro ogni prodotto del comparto tra film, serie tv, documentari e spot pubblicitari e tanto altro ancora, ci sono professionalità da custodire. Ci sono soprattutto imprese da salvaguardare, perché contribuiscono alla crescita economica.
Si pensi che per ogni euro speso nel settore dell’audiovisivo, l’Italia ottiene 1,47 euro in Pil. È quanto è emerso durante “Gli Stati Industriali della Cultura“, l’evento che l’11 giugno, nella Sala Pininfarina di Confindustria, ha riunito su iniziativa di Confindustria Cultura Italia le associazioni che rappresentano editoria, musica, cinema, audiovisivo e servizi per la valorizzazione del patrimonio culturale.
Tra le 117.793 imprese che compongono l’industria culturale italiana, la filiera dell’audiovisivo coinvolge oltre 124.000 professionisti, con 4.747 donne imprenditrici e una significativa presenza di under 35, pur mantenendo un settore a prevalenza maschile e concentrato nel Lazio (dati: Rapporto Apa 2025).
A fronte delle eccellenze e della tradizione collaudata di questo settore, le produzioni però si susseguono in un clima di incertezza. Il motivo riguarda soprattutto fondi e investimenti: oggi la quota maggiore degli investimenti pubblici nazionali è data dal tax credit. Tant’è che nel 2024 i crediti di imposta per la sola produzione corrispondevano a 247 milioni di euro, +20% rispetto al 2023 (fonte: Direzione generale Cinema e audiovisivo).

Gli Stati Industriali della Cultura nella Sala Pininfarina di Confindustria. Al tavolo dei relatori il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, e il presidente di Confindustria Cultura Italia, Luigi Abete, durante il confronto dedicato al ruolo strategico delle industrie culturali per la crescita del Paese.
I numeri del comparto audiovisivo in Italia
L’Apa (Associazione produttori audiovisivi) è intervenuta durante gli Stati generali per parlare sullo Stato dell’arte del comparto, tra criticità e sfide da raccogliere. Il settore è un anello fondamentale nello sviluppo culturale del Paese: solo nel 2023 ha generato con la sua produzione 23,5 mld di valore per l’economia. Come evidenziato dalla presidente di Apa, Chiara Sbarigia, a fronte degli 8 miliardi di investimenti ottenuti per le produzioni audiovisive:
“Gli 8 miliardi di euro spesi nel comparto attivano 23,5 miliardi di valore della produzione e si traducono in 11,8 miliardi di Pil, generano 153mila occupati equivalenti a tempo pieno 11,6 miliardi di redditi per le famiglie e le imprese e 3,2 miliardi di gettito fiscale. Vuol dire che per ogni euro speso generiamo 1,47 euro di Pil, che rappresenta il 13% in più rispetto alla media della spesa pubblica nazionale. I 3,2 miliardi di gettito valgono oltre 8 volte gli incentivi ricevuti dal comparto sotto forma di tax credit per le sole opere scritte”.
I numeri del comparto audiovisivo parlano chiaro. Grazie allo studio che Apa, associazione italiana produttori audiovisivi, ha con OpenEconomics, è emerso che ogni anno si spendono 8 miliardi di euro in produzioni, servizi e lavoro nel settore. Il tutto considerando che l’intrattenimento non riceve un centesimo di finanziamento pubblico e nel complesso del cinema e dell’audiovisivo rappresenta un terzo di questo valore.
Dall’audiovisivo al Sistema Paese
Inoltre, il valore generato dalle Pmi e imprese dell’audiovisivo irrora anche tutto il tessuto produttivo italiano. Un effetto a cascata che, quando vede risorse in ingresso nel settore, genera crescita e sviluppo per l’intera filiera, traducendo i risultati in maggior produzioni, maggior presenza dei prodotti audiovisivi sui mercati e quindi competitività. Ma anche maggiori opportunità per i territori, per le attività locali, per tante altre realtà che orbitano intorno alle produzioni audiovisive e che partecipano dei loro successi.
I settori che beneficiano degli investimenti nel comparto dimostrano che il valore non resta dentro l’audiovisivo, ma si propaga lungo tre canali: uno diretto ai fornitori immediati (es. servizi tecnici, la post-produzione, i noleggi, le logistiche); un altro indiretto (es. lungo le catene delle sub-forniture, l’energia, la manifattura, i servizi professionali, i trasporti); e un altro, riguarda l’indotto attraverso i redditi che, rientrando nell’economia come consumi, alimentano altri comparti.
Insomma, spiega Sbarigia:
“Quando si produce una serie il valore non resta sul set. L’audiovisivo è un moltiplicatore trasversale, attiva un ecosistema industriale che va molto oltre il suo perimetro. Il comparto genera un totale di 25 miliardi di benefici sociali netti, di conseguenza possiamo affermare che ogni euro investito nel settore genera 4,5 euro di valore sociale”.

Chiara Sbarigia, presidente di Apa
Cosa chiedono le imprese dell’audiovisivo
Mancano sostegni adeguati al settore dell’audiovisivo. Per quanto l’industria sia in fermento, le risorse non bastano. Il costo totale dei cortometraggi nel 2024 ammontava a circa 6,6 milioni di euro. A fronte di questo, le opere hanno ricevuto contributi selettivi per un totale di circa 0,5 milioni di euro. Il tax credit produzione richiesto ammontava invece a 2 milioni di euro circa.
In poche parole, senza tax credit il settore non riuscirebbe a garantire una continuità produttiva.
“Come Apa, le nostre richieste partono dal tax credit per l’intrattenimento, perché alla produzione audiovisiva mancano oggi 70 mln di euro. In particolare, chiediamo che si lavori su una stabilizzazione pluriennale della tax credit, così come serve una semplificazione burocratica estrema per i produttori, che vedono come all’estero i processi per la produzione siano più accessibili e semplici. Dobbiamo rafforzare in Italia la figura del produttore indipendente rispetto ai committenti italiani, insistendo poi sulla valorizzazione dei diritti degli attori della filiera nelle trattative contrattuali”.

