
Negli ultimi giorni il Paese è stato investito dalle alte temperature, con disagi per le persone e soprattutto per le aziende. Una situazione che, così come in tutta Europa, in casi estremi può condurre anche a pesanti conseguenze sulla produttività.
Così, mentre il termometro raggiunge picchi di 40°, ne risente anche la capacità delle imprese italiane di competere. Vale soprattutto per le aree geografiche a rischio idrogeologico, ma a dirla tutta il rischio climatico non fa sconti: colpisce indistintamente tutta la penisola e tutte le sue Pmi.
Una fotografia sul fenomeno arriva dal focus tematico dell’ESG Outlook 2026 di Crif, l’osservatorio annuale sulla sostenibilità, giunto alla quarta edizione. L’analisi copre 315.000 Pmi e oltre 600 grandi aziende italiane, con dati provenienti dal Data Lake ESG di Crif e aggiornati a dicembre 2025.
“Oltre un terzo delle Pmi nel nostro Paese è purtroppo esposto a livelli di rischio fisico alti o molto alti: un dato di dimensioni rilevanti che non si può ignorare”, ha spiegato Marco Macellari, Ceo di Crif Synesgy Ratings. “I rischi fisici legati al verificarsi di fenomeni naturali estremi non sono più uno scenario futuro ma una variabile presente, misurabile e sempre più rilevante nelle decisioni di credito e di investimento. In quest’ottica, Crif ha sviluppato strumenti analitici di elevata granularità proprio per consentire a banche e imprese di valutare e gestire questa esposizione in modo consapevole e strutturato”.
Il profilo di rischio fisico delle Pmi italiane
Il modello di valutazione del rischio fisico, stilato da Crif e Red (Risk Engineering and Development) s.p.a., ha identificato per le Pmi delle classi di pericolosità specifiche: classi di livello medio (di cui fanno parte il 39,5% delle Pmi); alto e molto alto (rispettivamente 36,6% e 6%).
Sebbene la maggior parte delle Pmi in Italia rientri nella classe di rischio medio, dall’analisi Crif emerge che le Pmi con classi di rischio più alte siano quelle che più ricorrono a finanziamenti per fronteggiare il rischio climatico. Una situazione in aumento rispetto agli anni passati, a dimostrazione di come le conseguenze dei fenomeni naturali estremi siano sempre più impattanti sulle Pmi.
Infatti, il 34,3% dei finanziamenti erogati a Pmi risulta associato alle classi di rischio più alte (era il 33,4% nel 2024), rendendo più rilevante la capacità di misurare e monitorare questa esposizione con strumenti adeguati. Il quadro complessivo per il 2025 è di sostanziale stabilità rispetto all’anno precedente, ma con una contenuta ricomposizione verso le classi di rischio più elevate.
Tuttavia, anche se “il profilo di rischio fisico delle Pmi italiane si mantiene sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente, la contenuta ricomposizione verso le classi più elevate ci ricorda che si tratta di un fenomeno strutturale, non congiunturale”. In poche parole, le piccole e medie imprese sono chiamate ad affrontare gli eventi estremi legati al clima con una visione nel lungo periodo, dotandosi degli strumenti adeguati per fare prevenzione e contenere al minimo i danni sulle proprie attività.
Rischi naturali per le Pmi: i più gravi sono alte temperature, alluvioni e terremoti
L’analisi svolta da Crif, nel redigere i modelli di rischio, ha identificato 18 fattori (acuto, cronico e sismico) su tre dimensioni: pericolosità geografica1 (n.d.r. la probabilità di accadimento di un certo evento naturale in funzione della posizione geografica dell’impresa), vulnerabilità2 (n.d.r. stima degli impatti economici che il verificarsi di un certo evento naturale può determinare sull’impresa, in funzione del settore economico in cui opera) ed esposizione3 (n.d.r. Esposizione: valore degli asset e della produzione dell’azienda su cui possono incidere negativamente gli eventi naturali ). Le previsioni si estendono fino al 2049, generando un punteggio da 1 (rischio basso) a 5 (rischio molto alto) e delle proiezioni sui rischi per le Pmi nel lungoperiodo.

Tra i 18 fattori di rischio considerati dall’analisi, in termini di esposizione a un rischio almeno “moderato” (Pear – Potential Exposure At Risk), ci sono lo stress da alte temperature e ondate di calore, che continuano a rappresentare i fattori più rilevanti. Le alluvioni registrano invece la variazione più evidente rispetto al 2024.
Con riferimento all’esposizione a un rischio almeno “alto” (Pesar – Potential Exposure Seriously At Risk), il terremoto si conferma il fattore con i valori più elevati, stabile nel tempo in quanto indipendente dalle variazioni climatiche. Le variazioni più significative rispetto all’anno precedente riguardano alluvioni e frane, coerentemente con l’aggiornamento dei rispettivi modelli di stima.
Rischio fisico: le regioni più a rischio
La distribuzione territoriale del rischio fisico mostra una significativa eterogeneità regionale, sostanzialmente stabile rispetto al 2024. Sicilia, Calabria ed Emilia-Romagna si collocano ai vertici della classifica risultando le regioni italiane con livelli di rischio più elevati. Piemonte, Molise, Lombardia e Toscana sono le regioni con valori più contenuti. A livello di Pesar regionale, i valori più elevati di rischio fisico si registrano in Valle d’Aosta, Calabria e Sicilia.
“L’eterogeneità geografica che emerge dall’analisi sottolinea la necessità di valutazioni dettagliate e georeferenziate: solo misurando il rischio con precisi strumenti analitici è possibile gestirlo in modo efficace, sia nelle decisioni di credito sia nelle strategie aziendali”, ha spiegato conclude Marco Macellari. “L’obiettivo dell’Esg Outlook è supportare istituzioni finanziarie, imprese e policy maker nella comprensione delle dinamiche Esg, fornendo dati concreti per orientare le scelte strategiche e operative verso una transizione sostenibile. La sostenibilità d’altronde oggi non è più un elemento accessorio ma una leva strutturale per la gestione del rischio e la creazione di valore a lungo termine”.

