
Le piccole e medie imprese italiane non sono pronte ad affrontare le conseguenze del cambiamento climatico. O, almeno, solo una piccola parte di loro saprebbe come fare. Solo il 14% delle Pmi italiane ha adottato strumenti e misure che permetterebbero di garantire la continuità produttiva di fronte a eventi estremi.
Una situazione che però non può più essere ignorata: il cambiamento climatico provocherà danni soprattutto sulle infrastrutture e a quei nodi di scambio essenziali per i business delle Pmi. Entro il 2050 si stimano infatti danni diretti dovuti al cambiamento climatico di miliardi di euro.
Rischio climatico in Italia: le Pmi sono preparate?
Solo un numero esiguo di Pmi saprebbe affrontare le conseguenze della crisi climatica. È quanto emerge dall’ultimo report di Deloitte, “Il rischio climatico in Italia. Dagli scenari alle proposte di intervento”, una fotografia che restituisce l’impatto che il rischio climatico avrebbe sul contesto economico-finanziario italiano e la maturità delle piccole e medie imprese nell’affrontarne le sfide.
Lo studio, presentato nella cornice della Venice Climate Week, realizzato con la collaborazione di esperti del Politecnico di Milano, dell’Università Ca’ Foscari, del team dell’area Climate della Florence School of Regulation (European University Institute) e con Ipsos-Doxa, mostra come i danni diretti alle infrastrutture italiane causati dal cambiamento climatico potrebbero raggiungere i 5 miliardi di euro annui entro il 2050. Ma non finisce qui.

Solo il 34% delle Pmi intervistate attribuisce al cambiamento climatico un ruolo significativo o centrale nei propri framework di gestione del rischio.
A seconda dell’intensità degli impatti economici, entro il 2050 potrebbe verificarsi anche una progressiva riduzione del Pil, compresa tra l’1,6% e il 6%. Uno scenario catastrofico a cui le Pmi si troverebbero completamente impreparate.
Tra le Pmi italiane, non a caso, solo il 14% ha adottato misure per la continuità operativa in caso di eventi estremi. Mentre, soltanto il 10% ha introdotto azioni di adattamento rivolte a infrastrutture e asset fisici.
Cambiamento climatico: a rischio sono le infrastrutture
Stano all’analisi di Deloitte, i danni diretti annui alle infrastrutture italiane causati dagli impatti del rischio climatico potrebbero raggiungere circa 2 miliardi di euro entro il 2030 e 5 miliardi entro il 2050. Considerando anche gli effetti indiretti, come l’interruzione dei servizi e gli impatti sulle catene di fornitura, il costo complessivo stimato si colloca tra 11,5 e 18 miliardi l’anno al 2050.

A risentirne sarebbe soprattutto il turismo. Per il settore turistico si stima una contrazione della domanda fino all’8,9% in caso di un forte aumento della temperatura media (+4 gradi), e perdite dirette per circa 52 miliardi. In uno scenario di aumento della temperatura di 2 gradi, invece, le perdite dirette stimate sarebbero di circa 17 miliardi.
Investimenti: l’83% delle Pmi li pianifica al massimo per 5 anni
Dall’indagine promossa da Deloitte e condotta da Ipsos-Doxa emerge che solo il 34% delle piccole e medie imprese intervistate attribuisce al tema un ruolo significativo o centrale nei propri framework di gestione del rischio. Inoltre, appena il 39% delle stesse dichiara un’esposizione molto o abbastanza elevata ai rischi climatici fisici su un orizzonte decennale. Nel complesso, emerge un approccio strategico di breve periodo e poco strutturato.
Secondo Elio Santoro, General Manager di Deloitte Climate & Sustainability:
Da un lato alcune grandi imprese italiane mostrano livelli di maturità più avanzati rispetto al tema della sostenibilità e alla percezione del rischio climatico, dall’altro lato le piccole e medie imprese evidenziano un percorso di consapevolezza e adattamento ancora disomogeneo. Le Pmi sono chiamate a compiere un salto in avanti, dal momento che gli interventi di adattamento previsti non sono di natura strutturale e sono prevalentemente orientati verso l’adozione di coperture assicurative, oltre a pianificare investimenti che abbracciano un orizzonte temporale di breve termine.
In termini di investimenti dichiarati o pianificati, la strategia delle Pmi riflette una visione orientata su un orizzonte temporale di massimo di cinque anni (83%), per un importo complessivo inferiore a 100.000 euro entro i tre anni (77%). Le principali voci di investimento sono dominate dalle coperture assicurative (54%), seguite da interventi di adattamento infrastrutturale (23%) e da sistemi di monitoraggio del rischio (20%).
Le imprese che si sentono pienamente preparate a rispondere alle richieste di banche e assicurazioni in materia di rischio climatico fisico sono una minoranza del campione (18%). Il report indica come le piccole e medie imprese facciano prevalentemente ricorso a soluzioni tradizionali e non più del 18% delle imprese intervistate si serve di strumenti digitali, tra cui l’intelligenza artificiale, o piattaforme per la gestione del rischio climatico fisico.
Come spiega Paolo D’Aprile, Sustainability Leader di Deloitte Central Mediterranean:
L’intelligenza artificiale rappresenta una delle principali leve per massimizzare il ritorno sugli investimenti e incrementare la resilienza climatica delle infrastrutture. Sia per le istituzioni pubbliche sia per le imprese, è fondamentale valutare le applicazioni dell’Ia in base alla propria esposizione ai rischi e investire in digitalizzazione, infrastrutture tecnologiche, strategie dati e monitoraggio continuo delle analisi di rischio.

