
Si dice che al Nord sia difficile trovare persone che da più generazioni siano nate e cresciute nel posto. Negli ultimi anni le regioni del Centro Nord hanno visto un esodo che contribuirà a fortificare questa credenza. Sempre più giovani nel Sud Italia lasciano la propria regione per trasferirsi al Nord. A vivere questa situazione sono soprattutto le nuove generazioni che spostandosi a Nord hanno generato un calo drastico di persone, e quindi di forza lavoro, nelle imprese del Mezzogiorno.
È quanto emerge da un’elaborazione de Il Sole 24 Ore del Lunedì, che fotografa i dati Istat: stando alla proiezione, dal 2019 a oggi c’è stato un -8% di giovani nella fascia età 18-35 anni che vivono al Sud. Parallelamente, il Nord Italia ha visto un +4,8% di giovani. Un processo che porta così a svuotare il Sud Italia, a privare il tessuto imprenditoriale e produttivo locale di risorse, competenze, progetti e visioni che, irrimediabilmente, volgono altrove.
Giovani da Sud a Nord: il 60% di chi fugge è laureato
In fuga dal Mezzogiorno, le nuove generazioni puntano così alle aree centro- nord del Paese. Un esodo che in termini assoluti ha fatto sì che il Sud perdesse in 7 anni circa 313mila giovani nelle regioni del Mezzogiorno, mentre il Nord ne ha guadagnati 240mila. A questi dati, si aggiunge poi la proiezione della Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria e del Mezzogiorno): oggi 6 giovani su 10 (60%) che lasciano il Sud sono laureati. Se il dato è già di per sé significativo, si pensi che nel 2002 (25 anni fa), si parlava di 2 giovani su 10 (20%).
Due Paesi: il divario generazionale tra Nord e Sud
A rendere il quadro ancora più complesso è la frattura territoriale che in questi anni si è formata tra Nord e Sud. Il mercato del lavoro giovanile in Italia è diviso in due. Secondo un’analisi del Centro studi di Confindustria, “Giovani: una risorsa sempre più scarsa per l’economia italiana”, nel Nord i tassi di occupazione dei giovani adulti si avvicinano a quelli delle principali economie europee. Nel Mezzogiorno, invece, il ritardo resta molto ampio: il divario tra Nord e Sud arriva a circa 27 punti percentuali.

Negli ultimi anni il Sud ha mostrato segnali di recupero, soprattutto dopo la pandemia. Tuttavia, questo miglioramento ha in gran parte compensato le perdite accumulate durante le crisi del 2008 e del 2012. Va ricordato, infatti che le generazioni più giovani sono state le più colpite dalla doppia recessione del 2008 e del 2012: tra il 2007 e il 2014 il tasso di occupazione dei 25-34enni è crollato di quasi 11 punti percentuali a livello nazionale, con punte ancora più severe nel Mezzogiorno. Il recupero post-pandemia, pur significativo (+3,6 punti per i 25-34enni dal 2021), non ha ancora compensato le perdite del decennio precedente.
Ciò ha fatto sì che nel Mezzogiorno l’occupazione giovanile sia tornata ai livelli di vent’anni fa, ma senza andare oltre un semplice recupero. Questo dualismo territoriale rappresenta uno dei principali ostacoli alla crescita complessiva del Paese e contribuisce ad alimentare le disuguaglianze generazionali.
Manager al Nord: 200mila vengono dal Mezzogiorno
La “fuga di cervelli” a cui stiamo assistendo da anni, con uno sbilanciamento tra le aree interne del Paese, si unisce anche a un profondo cambiamento della struttura demografica del Paese. Come evidenziato dal Csc, nel 2070 l’Italia avrà oltre 3 milioni di giovani in meno rispetto a oggi. Si tratta di una contrazione più marcata rispetto a quella della popolazione complessiva, determinata da due dinamiche demografiche strutturali: il calo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione.
Ne deriva un cambiamento profondo della struttura demografica del Paese: la base su cui si fonda la futura forza lavoro si restringe e invecchia. Se si pensa che gran parte dei giovani del Sud prediligono il Nord, ciò vorrà dire che sarà sempre più difficile trovare personale giovane e qualificato nel Sud Italia nei prossimi anni. Su scala nazionale, già entro il 2040 si prevede una perdita di circa 5 milioni di persone in età lavorativa. Un dato che trasforma la questione giovanile in Italia, soprattutto al Sud, in una vera emergenza economica, prima ancora che sociale.
È un effetto a catena che possiamo già rintracciare nelle Pmi e nelle imprese. Secondo i dati Infocamere, elaborati da Il Sole 24 Ore del Lunedì, oggi 200mila amministratori di aziende e manager d’impresa del Centro Nord vengono “da giù”, dal Mezzogiorno. Un manager meridionale su quattro va a lavorare nelle imprese del Nord (40%), in particolare a Milano. Nel capoluogo lombardo si contano 67mila manager dal Mezzogiorno che lavorano e amministrano società. Lo stesso Nord che accoglie dal Sud soffre però anche la fuga di cervelli verso l’estero.
Rimanere per crescere: sì, ma come?
È evidente, perciò, che servono delle strategie per trattenere le nuove generazioni di manager, imprenditori e imprenditrici: farlo nel Mezzogiorno, ma soprattutto in Italia. Servono servizi e infrastrutture che permetterebbero ai giovani di creare le condizioni adeguate per scegliere dove vivere e fare carriera.
In tal senso, stando allo studio Csc, molto si è fatto sugli incentivi alle assunzioni. Negli ultimi anni le politiche pubbliche italiane per l’occupazione giovanile si sono concentrate soprattutto su incentivi alle assunzioni. Gli sgravi contributivi per i giovani hanno comportato un impegno crescente di risorse: 1,9 miliardi di euro nel 2024, in aumento da 1,6 miliardi del 2023 (+14,8%).

Tuttavia, gli sgravi contributivi agiscono sul costo del lavoro, non sulle cause profonde della bassa occupabilità giovanile, che sono: il mismatch tra competenze formate dal sistema educativo e competenze richieste dal mercato, la lunghezza dei tempi di transizione scuola-lavoro, la debolezza dei servizi di orientamento e accompagnamento. Senza un intervento su questi nodi, anche incentivi generosi e ben costruiti rischiano di produrre effetti limitati e temporanei.
Bisogna spostare allora il baricentro delle politiche per l’occupazione giovanile dall’incentivo alla domanda di lavoro al rafforzamento dell’offerta. In tal senso, è necessario intervenire sulla riforma e potenziamento del sistema formativo, la formazione tecnico-professionale. Anticipare l’incontro tra giovani e lavoro attraverso apprendistato duale e tirocini. Prevedere misure di sostegno diretto ai giovani e non solo le imprese, con la cosiddetta “Start Tax”, che prevede una riduzione significativa dell’Irpef per i lavoratori under 35. Infine, potenziare il welfare attivo e avviare delle politiche di accompagnamento.

