
“Fare cinema” non è solo riempire gli schermi delle persone, in Italia soprattutto vuol dire fornire prodotti culturali che ci rappresentino nel mondo. Da chi finanzia le pellicole fino a chi le gira, chi distribuisce nelle sale e promuove nei festival, c’è un intero ecosistema produttivo che rappresenta uno degli zoccoli duri dell’industria culturale italiana, comprende infatti il comparto cinematografico, dell’audiovisivo e del digitale italiani generando 2 miliardi di fatturato annui.
Questo volume si deve innanzitutto al valore storico-sociale che lo “schermo” ha nel tempo libero delle persone nel nostro Paese. Si pensi che nel 2025 in media, ogni giorno, in Italia una persona ha passato di fronte allo schermo circa 6 h e 40 minuti, più di 3 h di fronte a uno schermo televisivo.
Se si pensa a quante professionalità hanno contribuito a questo risultato, forse si percepisce il valore simbolico e di identità collettiva che ha il cinema italiano, soprattutto il suo vantaggio competitivo e come interviene sul Pil. È lo stesso Alessandro Usai, presidente di Anica (Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive digitali), a spiegarlo:
“Noi non solo abbiamo impatto occupazionale come altri settori dell’economia, ma i settori che rappresentiamo fondano la loro competitività in ambiti in cui l’Italia ha un vantaggio mitologico: si pensi a chi viene a sposarsi in Italia dal resto del mondo. È un fenomeno che ci dice che chi governa il mondo, quando deve trascorrere e spendere per il giorno più importante della propria vita viene in Italia. Un elemento che viene trasmesso anche sul grande schermo”.
Fare cinema è allora anche una scelta strategica, ma allo stato dell’arte sono diverse le difficoltà con cui convive il settore. Molte sono state sollevate durante l’ultima edizione de “Gli Stati Industriali della Cultura”. L’evento, tenutosi l’11 giugno nella Sala Pininfarina di Confindustria, ha riunito su iniziativa di Confindustria Cultura Italia le associazioni che rappresentano editoria, musica, cinema, audiovisivo e servizi per la valorizzazione del patrimonio culturale. All’indomani della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, i temi più caldi li abbiamo chiesti invece direttamente al presidente di Anica, Alessandro Usai.
Industria cinematografica allo stato dell’arte
Il 2025 è stato un anno di ripartenza per il cinema italiano. Per la prima volta dopo la pandemia, l’incasso in sala del 2025 ha raggiunto i 180 milioni di euro, attestandosi ai valori pre Covid del 2019: i film in sala sono aumentati, ma è drasticamente diminuito il pubblico (fonte: I numeri del cinema e dell’audiovisivo italiano – Anno 2025”, a cura della Direzione generale Cinema e audiovisivo, a cura del Ministero della Cultura).
Il settore viene anche da una fase di prolungata incertezza normativa e trasformazione delle regole, che hanno contribuito a trasmettere insicurezza alle imprese di tutta la filiera, dalla produzione alla post-produzione, alla distribuzione dei prodotti. Spiega infatti Usai che:
“Abbiamo affrontato più di una revisione di regole in un anno. Che poi, per essere definita, messa a terra, chiarita e comunicata ogni volta, ha richiesto mesi. Possiamo dire quindi che, assieme al considerevole taglio dei finanziamenti, che è l’altro elemento di grande preoccupazione anche per il futuro, il più grosso disagio che ha avuto il settore sia stata proprio l’instabilità delle regole in cui operare”.
Il taglio dei finanziamenti è uno dei cavalli di battaglia che Anica ha portato all’attenzione l’11 giugno, in occasione degli “Stati industriali della Cultura” di Confindustria Cultura Italia, così come sottopone periodicamente alle istituzioni e al Governo.

Alcune prime risposte positive e concrete sulla dotazione finanziaria sono arrivate dal Ministero della Cultura subito prima della pausa estiva e proprio in questi giorni il Parlamento, con l’apporto di tutte le forze politiche, sta lavorando a una riforma nella quale si riconosce in primo lugo il valore strategico del settore.
“Molto importante da considerare nel nostro settore è anche l’effetto indotto che genera su una serie di altri settori e di altri consumi. Pensiamo soltanto al turismo, a quanto può essere impattato dal prodotto audiovisivo: perciò diventa difficile capire quale possa essere in senso positivo o negativo l’impatto che provoca a cascata sugli altri settori industriali”.
La quota maggiore degli investimenti pubblici nazionali sul settore è oggi indirizzata al tax credit: nel 2025 i crediti di imposta per la sola produzione valevano 215 milioni di euro. L’investimento totale su cui è stato richiesto il credito d’imposta è di 1,98 miliardi di euro (2016-2025). Nel 2026, mancano sostegni adeguati e una visione di investimento di lungo periodo: senza questi, rischiamo di perdere un settore che non è solo economicamente rilevante, ma rappresenta un vero patrimonio strategico per l’industria e per l’identità culturale italiana.
Cinema italiano, un mercato fiorente ma necessita supporto
Nonostante criticità e finanziamenti a singhiozzo, il settore cinematografico resiste e sforna titoli considerevoli. Una produzione fiorente, come confermano i numeri del Mic: i film 100% italiani prodotti nel 2025 sono stati 272 (150 di finzione e 122 documentari) cui si aggiungono 92 coproduzioni per un totale di 364 film italiani ammissibili, in linea con i valori del 2024. Per Alessandro Usai:
“I numeri ottenuti dal cinema in sala proprio nel corso di quest’anno testimoniano che quando il prodotto c’è, il pubblico cinematografico risponde sia col prodotto nazionale sia internazionale. Siamo reduci, per esempio, del più grande incasso della storia del cinema in Italia con Checco Zalone, quindi vuol dire che poi la gente, quando vuole, al cinema ci va”.
C’è però bisogno di un sostegno economico costante, soprattutto dallo Stato.
“È un’industria che, comunque, ha bisogno oggi di un supporto da parte dello Stato in termini di incentivi fiscali. Semplicemente perché, avendo sostegno in tutti gli altri Paesi, se non beneficiassimo più dei supporti ci ritroveremmo con investimenti internazionali che scapperebbero dall’Italia: questo riguarda sia la produzione nazionale, sia la produzione internazionale”.
L’Italia invece, anche nelle coproduzioni e nonostante le criticità economiche, lascia il segno: i capitali italiani superano quelli esteri, con 56 milioni di euro investiti da produttori italiani rispetto ai 47 milioni di euro delle società estere.
Cinema e algoritmi: l’Ia cosa cambierà?
Nel mentre, l’Ia sbarca anche alla Mostra di Venezia. Sta facendo molto discutere per esempio “Be Brave”, il primo lungometraggio interamente realizzato con l’intelligenza artificiale, presentato in cartellone durante l’edizione 2026. Diretto da Francesco Carrozzini e prodotto dall’italiana Our Films (Gruppo europeo Mediawan), il prodotto è solo la punta dell’icerberg di un fenomeno che interessa tutto il settore per le sue implicazioni, positive o negative che siano. Senza stigmatizzazioni, per Alessandro Usai l’Ia:
“Sicuramente sarà la più grossa rivoluzione tecnologica che il settore abbia mai affrontato. Molti esperti sostengono che l’impatto sul comparto potrebbe essere addirittura superiore a quello del sonoro dopo il cinema muto o del colore. Le minacce dell’Ia sono potenzialmente sull’occupazione e sulla tutela del diritto intellettuale. Le opportunità principali, invece, saranno la realizzazione di immagini e sequenze video che un tempo avrebbero avuto dei costi proibitivi, che invece ora presentano un costo molto più ragionevole”.

Cosa chiedono le industrie cinematografiche italiane
A fronte di una condizione di incertezza normativa e di precarietà economica, Anica si è più volte esposta per avere innanzitutto più risorse stabili nel tempo, potenziate quantomeno al livello dei principali Paesi europei con un fondo, orientativamente, da 700-800 milioni di euro. Soprattutto, le imprese del settore cinematografico chiedono regole stabili che disciplinino il settore e che non mutino per almeno 2-3 anni. O almeno, se si dispongono dei cambiamenti, che siano annunciati con largo anticipo, in modo tale che il settore possa attrezzarsi.
“Stiamo cercando di tutelare le imprese spiegando alle Istituzioni le nostre ragioni e cercando di indirizzare la politica pubblica a supporto del settore. Una cosa su cui ci impegniamo e ci impegneremo nei prossimi mesi è favorire modalità di accesso migliori al credito bancario, con valutazioni facilitate per le piccole e medie imprese. È uno strumento indispensabile, visti i tempi di pagamento sia dello Stato sia dei principali clienti”.
Tra le evidenze proposte da Anica, assume rilievo la capacità di questa industria (mobile e flessibile per definizione) di portare maggiori risultati economici e di occupazione nelle Regioni e nelle aree meno infrastrutturate del Paese, che scontano un ritardo nello sviluppo dell’industria manifatturiera: i set cinematografici (e il valore che attivano durante le riprese) hanno funzionato in alcuni casi come “ammortizzatore sociale” per i territori che ospitano la produzione e per il loro indotto.
“Noi abbiamo bisogno di stabilità: siamo in attesa della pubblicazione del nuovo decreto interministeriale sul tax credit, annunciato mesi fa. Spostare anche solo un 3,4,5% col tax credit può generare un impatto negativo nel settore. Abbiamo bisogno di certezze ora più che mai”.

