
La cultura è industria e le sue imprese chiedono la stessa attenzione riservata agli altri settori produttivi. Con questo messaggio si è aperto “Gli Stati Industriali della Cultura“, l’evento che l’11 giugno, nella Sala Pininfarina di Confindustria, ha riunito su iniziativa di Confindustria Cultura Italia le associazioni che rappresentano editoria, musica, cinema, audiovisivo e servizi per la valorizzazione del patrimonio culturale.
La Federazione ha realizzato così un vero e proprio “Manifesto delle industrie culturali”, con cui ogni associazione di categoria aderente (Aicc, Aie, Anica, Apa, Fimi, Pmi e Univideo) ha potuto lanciare un appello al Governo e alle istituzioni. Come spiegato da Luigi Abete, presidente Di Confindustria Cultura Italia:
“Questo mondo concentra più di 117.793 imprese, che producono circa l’1,1-1,3% del Pil. Il primo obiettivo di Confindustria Cultura Italia è fare ordine in questa moltitudine di codici Ateco, riordinando i mestieri prevalenti della filiera e le attività secondarie. In questo modo “avremmo peso” nell’interesse generale, che rappresentiamo con le nostre richieste. Chi lavora nel mondo della cultura è spesso considerato più come un elemento di tutela, che di sviluppo per il Paese”.
La cultura come industria della crescita
Le imprese che si occupano di cultura in Italia però non sono un orpello stilistico del Made in Italy, ma un vero e proprio zoccolo duro dell’identità nazionale. Perché contribuiscono circa all’1,3% del Pil e generano valore e crescita economica non solo nell’ecosistema “culturale”, ma lo redistribuiscono in altri settori generando profitti in tutto il sistema Paese. Insieme ad altri mercati, come quello del turismo, le imprese della cultura generano perciò effetti indotti per tutta l’industria italiana.
Anche se contribuiscono ad accrescere il Pil e a valorizzare il patrimonio italiano, tuttavia l’industria culturale italiana soffre delle gravi arretratezze che non le permettono di crescere e poter esprimere al meglio la sua offerta. Come spiegato da Abete:
“Spesso alcuni dei nostri settori produttivi hanno normative speciali di riferimento, sostitutive della normativa generale. Come tutte le imprese, anche noi dovremmo avere un quadro generale di riferimento a cui attenerci, ed è un tema che sottoporremo ai ministri: prendeteci tra le imprese, considerateci come tali, come imprese culturali”.
Eppure, l’industria culturale italiana genera 60 miliardi di euro di fatturato e occupa oltre 309mila persone. Le imprese che aderiscono a Confindustria Cultura Italia producono inoltre 21 miliardi di euro di valore aggiunto per il Paese. Risultati che non devono essere dimenticati, ma rappresentare il punto di partenza per lo sviluppo del settore. Per Emanuele Orsini, presidente di Confindustria:
“Serve ricordare il sostegno che si può dare a questo mondo con la prossima legge di bilancio, che sarà fondamentale per farlo crescere. È ‘un settore in cui investire’, è anche in questo caso un settore chiamato ad affrontare le sfide della transizione che comportano anche ‘vantaggi di crescita di business’. Bisogna ‘sapere cavalcare, saper cogliere le opportunità’, come per l’impatto dell’intelligenza artificiale. Ed è importante anche la vocazione sociale. Credo poi ci sia veramente una sinergia col turismo, mi piace che comunque venga definita industria, perché anche noi all’interno di Confindustria per la prima volta nel 2024 abbiamo fatto una delega all’industria del turismo: facciamo logistica, trasporti, turismo e cultura, che è un fil rouge che comunque si collega a quello che vuol dire il lifestyle italiano e portare in giro il Made in Italy nel mondo. Raggruppare tutta l’industria della cultura, come sta facendo Luigi Abete, è fondamentale e va fatto nel segno della fiducia, coraggio e responsabilità: questo settore è uno dei portabandiera di questi valori. La fiducia impone coraggio, noi stiamo chiedendo invece a chi governa la responsabilità”.
Anche per Leopoldo Destro, vicepresidente per i Trasporti, la logistica e l’industria del turismo di Confindustria:
“Il valore industriale della cultura è indiscutibile: parliamo di 21 miliardi di valore aggiunto e oltre 300 mila occupati. Il passo decisivo è integrarla in una politica di medio-lungo periodo. La sinergia con il turismo è quella più naturale e che moltiplica gli effetti delle due economie sul paese. È fondamentale assicurare un approccio di sistema in grado di rispondere alle specificità di ciascun comparto. Eventi, musica, libri, cinema e audiovisivo hanno bisogno di strumenti che consentano di rafforzare ciò che funziona e correggere rapidamente ciò che non produce effetti utili. La cultura è una potente leva di diversificazione dei flussi turistici. Occorre lavorare con gli enti locali per creare condizioni di trasporto e accoglienza per offrire esperienze di qualità. La cultura è una filiera connessa con il turismo e con molti altri comparti, dalla manifattura al digitale”.
Ripartire dalla cultura: le richieste delle associazioni
Ogni associazione, come “alfiere” delle professionalità ed eccellenze culturali che rappresenta, porta in alto esigenze diverse. Revisioni fiscali, come l’Aicc (Associazione industrie culturali e creative) che chiede un’aliquota iva al massimo 5%. Di investimenti, come per l’Apa (Associazione Produttori Audiovisivi), a cui mancano 70 mln di cui potrebbe beneficiare la produzione audiovisiva.
Il fronte comune è sulla richiesta di investimenti e strumenti che sostengano la crescita delle imprese culturali. Misure che poi alleggeriscano la pressione fiscale, come la Tax credit, un’agevolazione fiscale che permetterebbe di ridurre l’importo delle tasse dovute, vantando un credito nei confronti dello Stato. Ci sono poi ragioni sociali, come il contrasto alla riduzione dei presidi culturali nel Mezzogiorno (in particolare biblioteche), sollevato dall’Aie (Associazione italiana editori), che comporta un calo della lettura, con effetti diretti sul mercato del libro.
Ci sono soprattutto ragioni di identità nazionale. L’industria culturale italiana rappresenta uno strumento per valorizzare il patrimonio italiano in ogni sua forma, dalla letteratura, alla fruizione artistica e museale, dai concerti, la musica indipendente fino alla riscoperta di un film grazie a un “dischetto”, parafrasando una frase di Luciana Migliavacca, presidente di Univideo (Unione italiana editoria audiovisiva su media digitali e online). Il riferimento è alle nuove generazioni, che nelle opere italiane potrebbero riscoprire un mondo ormai sommerso di intrattenimento, slegato dai traffici dello streaming online e i contenuti on demand.
Dove finiscono gli investimenti dei Governi quando si parla di industria culturale? Come ottimizzare allora quelle risorse, convertendo il valore economico in un impatto sociale? Sono le domande a cui, invece, ha provato a rispondere Chiara Sbarigia, presidente di Apa (Associazione produttori audiovisivi):
“Gli 8 miliardi di euro spesi nel comparto attivano 23,5 miliardi di valore della produzione e si traducono in 11,8 miliardi di Pil, generano 153mila occupati equivalenti a tempo pieno 11,6 miliardi di redditi per le famiglie e le imprese e 3,2 miliardi di gettito fiscale. Vuol dire che per ogni euro speso nell’audiovisivo generiamo 1,47 euro di Pil, che rappresenta il 13% in più rispetto alla media della spesa pubblica nazionale. I 3,2 miliardi di gettito valgono oltre 8 volte gli incentivi ricevuti dal comparto sotto forma di tax credit per le sole opere scritte”.
Il tutto considerando che l’intrattenimento non riceve un centesimo di finanziamento pubblico e nel complesso del cinema e dell’audiovisivo rappresenta un terzo di questo valore.
Servono poi le regole chiare per una convivenza armonica tra partenariato pubblico e privato, soprattutto se si parla del turismo e della fruizione dei luoghi di cultura. Per Giuseppe Roma, pres. di Aicc, l’export culturale è linfa per le imprese, ma bisogna anche sviluppare azioni coordinate per sostenere la crescita e la competitività interne:
“Abbiamo un problema di fruizione della cultura: il nostro patrimonio non può essere rivolto solo ai turisti, la sua offerta dev’essere costruita rivolgendosi anche al mercato interno. Il settore è frenato perché la Pa ha una logica nazionalista mentre dovrebbe adottare una logica a favore delle imprese. Questa difficoltà di dialogo e apertura produce vuoti anche nella valorizzazione del patrimonio culturale”.
In un’era in cui l’Ai sta investendo ogni settore economico, serve più di tutto tutelare l’autorialità, il copyright e il valore della creatività nell’era digitale. Per Cipolletta di Aie, i cui aderenti usano già al 70% l’intelligenza artificiale nei processi produttivi:
“La nuova tecnologia ha sicuramente dei vantaggi per l’editoria. Le vendite online aiutano i piccoli editori a vendere dal proprio catalogo, tuttavia abbiamo atti di pirateria che minano il diritto d’autore, così come l’Ai. I libri spesso sono utilizzati per addestrare l’Ai”.
Gli interventi del Governo
Sono 9,8 miliardi le risorse che il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha annunciato a disposizione delle imprese culturali proprio durante gli Stati Industriali della Cultura.
“Sono stati allocati 9,8 miliardi di euro per un piano che è triennale, quindi continuativo da qui a settembre 2028, con l’intenzione – e lo vedremo nelle prossime leggi di bilancio – di renderlo permanente, cioè di andare anche oltre i tre anni, che comunque sono significativi”.
I fondi, essendo nazionali, e quindi non soggetti ai vincoli del Pnrr, disposti all’interno del nuovo piano Transizione 5.0, riguarderanno tutte le tipologie di attività produttive, con la possibilità di accesso anche a quelle dell’industria culturale.
Lucia Borgonzoni, sottosegretaria alla Cultura, ha invece sottolineato l’importanza di lasciare spazio alle imprese private nell’industria della cultura.
“Per l’audiovisivo siamo sotto di 70 milioni, rischiamo di mandare a casa delle persone. Ma una parte di risorse le abbiamo trovate, dobbiamo solo capire come inserirle in bilancio. Sono d’accordo nel creare le condizioni per dare spazio alle imprese private. Un cambio di passo? Senza il privato il pubblico non ce la fa. L’Italia ha un patrimonio così tanto vasto che senza il privato non riusciremo a mai a valorizzarlo”.
Il ministro del Turismo, Gianmarco Mazzi, ha portato all’attenzione delle imprese della cultura diverse proposte, utilizzando il turismo come leva per la promozione dei territori e della competitività italiana.
“Cultura e turismo, devono essere considerati industrie. Nel mondo della cultura questo concetto deve passare, perché se il settore è industriale allora è misurabile, mentre spesso si tende a considerare il mondo della cultura come astratto e questa visione non fa bene al settore”.
Un cammino che si esplica per esempio nella creazione di un contributo a tutte quelle fiction e tv movie che hanno al centro della narrazione un luogo o una località italiana. Si prenda per esempio fiction di successo come Montalbano.
“In ogni fiction di almeno 4 puntate, vorremmo che nell’ultima puntata, che in genere è quella che fa maggiori ascolti, fossero dedicati 50 minuti in cui gli attori raccontano il posto in cui la location è stata girata”.
E poi, lato musica, c’è la candidatura della canzone napoletana classica a patrimonio dell’umanità. Una proposta avanzata pochi giorni fa all’arena di Verona con i delegati dell’Unesco, in concomitanza con le celebrazioni del canto lirico e cucina italiana.
Infine, è ai “turisti delle radici” che si rivolge il Ministero della cultura, nel far breccia nel loro sentimentalismo. Un “legame” che generebbe anche un “ritorno economico” in Italia:
“Entro Natale 2028 vogliamo portare 1 mln di “turisti delle radici” in Italia. In totale rappresentano circa 80 milioni nel mondo e in particolare sono napoletani. A oggi ne abbiamo portati in Italia circa il 6%, con profilo alto spendenti, in genere visitano i borghi piccoli e sono turisti destagionalizzati, perché rimangono più tempo rispetto a un turista medio (almeno 10 giorni): questo è un mercato fondamentale”.
Al di là delle singole misure, il messaggio emerso dagli Stati Industriali della Cultura è chiaro: riconoscere la cultura come industria significa investire in una filiera che genera valore economico, occupazione e competitività per il Paese.

