
Il Mezzogiorno cresce più della media nazionale e torna al centro del dibattito sul futuro della competitività italiana. Ma per trasformare questo slancio in uno sviluppo strutturale servono imprese più solide, capaci di innovare, fare rete e confrontarsi con i modelli più avanzati del Paese. Da questa convinzione è nata la missione istituzionale del Comitato Piccola Industria Unindustria Calabria in Emilia-Romagna. Ne parliamo con il presidente Fortunato Rizzo, che indica nel dialogo tra territori, nella crescita dimensionale delle PMI e nella valorizzazione del capitale umano le leve per consolidare il ruolo del Sud come piattaforma produttiva strategica.
Il recente Check-up Mezzogiorno evidenzia come il Sud stia crescendo più della media nazionale, trainato da investimenti e occupazione. È il segnale che il sistema produttivo meridionale sta entrando in una nuova fase di sviluppo?
Sì, ma dobbiamo avere il coraggio di leggere questi dati senza enfasi e senza paura. Il Mezzogiorno sta finalmente dimostrando di non essere soltanto un’area da assistere, ma una piattaforma produttiva capace di creare valore e attrarre investimenti. È un passaggio culturale prima ancora che economico.
Il punto è trasformare una fase positiva in una traiettoria stabile, non in un rimbalzo statistico di cui parlare per qualche mese e poi dimenticare. Deve diventare una scelta industriale del Paese, non un capitolo a parte da citare quando fa comodo.
Servono imprese più solide, infrastrutture efficienti, competenze adeguate, tempi amministrativi certi e una pubblica amministrazione che accompagni chi investe, non che lo rallenti. Il Sud entra davvero in una nuova fase quando smette di raccontarsi come periferia e comincia a comportarsi come area strategica.
Noi imprenditori questa responsabilità la sentiamo tutta, e non aspettiamo che qualcun altro la senta al posto nostro.
Da questa consapevolezza è nata la missione istituzionale del Comitato Piccola Industria Calabria in Emilia-Romagna. Perché avete ritenuto importante confrontarvi con uno dei sistemi manifatturieri più avanzati del Paese?
Chi vuole crescere deve avere l’umiltà e l’ambizione di confrontarsi con chi ha costruito modelli industriali solidi e competitivi, e smettere di parlarne solo nei convegni. L’Emilia-Romagna è una delle migliori espressioni della manifattura italiana, con filiere dense, imprese strutturate, una forte cultura del prodotto e un rapporto maturo tra territorio, industria e competenze.
La nostra missione non nasce da un complesso di inferiorità, ma da una convinzione opposta. La Calabria ha energie imprenditoriali vere e qualità produttive e visione che meritano di essere valorizzate. Quello che le manca non è il talento, è l’abitudine ad aprirsi, a contaminarsi, a guardare da vicino modelli che funzionano e riportare a casa metodo, relazioni, stimoli.
Andare in Emilia-Romagna ha significato dire alle nostre imprese che non dobbiamo restare fermi ad aspettare le occasioni, dobbiamo andare a cercarle. La rappresentanza associativa serve anche a questo, a portare le imprese fuori dalla comfort zone e dentro reti più larghe.
Nel corso della missione avete incontrato imprese, imprenditori e rappresentanti del sistema associativo emiliano-romagnolo. Quali insegnamenti e quali buone pratiche portate a casa da questa esperienza?
La prima lezione è che la competitività non nasce mai per caso, e non si improvvisa con un bando o un incentivo. Dietro le imprese e i territori che abbiamo visitato ci sono organizzazione, continuità, investimenti, formazione, filiere e una cultura del lavoro ben fatto, costruita in decenni, non in una legislatura.
La seconda riguarda la rete. In Emilia-Romagna si percepisce con chiarezza che l’impresa non è un corpo isolato, ma vive dentro un ecosistema di fornitori, competenze, istituzioni, scuole, università, servizi e comunità locali. È una buona pratica che il Sud deve fare propria senza scorciatoie. Non basta avere buone aziende, bisogna costruire ambienti favorevoli alla loro crescita.
La delegazione di Piccola Industria Unindustria Calabria durante la missione istituzionale in Emilia-Romagna, promossa per rafforzare il confronto tra territori e favorire lo scambio di esperienze tra imprese e sistema associativo.
La terza è la capacità di valorizzare il prodotto. In meccanica come in automotive o nell’agroalimentare, il filo comune era identità, qualità, racconto industriale, capacità di stare sul mercato. Un messaggio che dobbiamo avere l’onestà di accogliere anche in Calabria. Non basta produrre bene, bisogna imparare a farlo sapere e a farlo valere.
Oggi si parla sempre più spesso di collaborazione tra territori e di contaminazione di esperienze. Quanto è importante, per una piccola impresa, uscire dai propri confini geografici e confrontarsi con realtà diverse?
È fondamentale, e chi pensa il contrario si sta condannando all’irrilevanza senza saperlo. Una piccola impresa che resta chiusa nel proprio perimetro rischia di rimanere piccola non solo nelle dimensioni, ma nello sguardo, ed è quest’ultima la piccolezza che fa più danno.
Per una PMI il confronto è ossigeno, non un lusso da rimandare a tempi migliori. Non vuol dire copiare, perché ogni territorio ha la propria identità. Vuol dire capire, selezionare, adattare, e tornare in azienda con una domanda in più — cosa posso fare meglio da domani? La contaminazione tra territori non è turismo associativo, e chi la riduce a questo non ha capito niente. È politica industriale dal basso, il modo con cui le imprese si riconoscono parte di un sistema più grande e cominciano a costruire relazioni che diventano opportunità commerciali, filiere, progetti comuni.
Il Mezzogiorno sta dimostrando una nuova capacità di attrarre investimenti e generare crescita. Come si può trasformare questa fase positiva in uno sviluppo strutturale e duraturo?
Serve una parola semplice, che in passato abbiamo troppo spesso disatteso. Continuità. Gli investitori, le imprese e i giovani non si trattengono con annunci episodici, ma con condizioni stabili, politiche industriali coerenti, strumenti semplici, infrastrutture materiali e digitali, aree produttive attrezzate, credito accessibile, tempi autorizzativi compatibili con la vita reale delle imprese, non con quella della burocrazia.
La ZES Unica può essere una leva molto importante, ma deve funzionare come acceleratore, non come etichetta da esibire. Le imprese devono poter programmare, investire, assumere e innovare sapendo che il quadro di riferimento è chiaro e non cambia ogni sei mesi. E poi c’è un tema decisivo, che raramente affrontiamo con la serietà che merita. Il capitale umano. Senza competenze non c’è sviluppo strutturale.
Possiamo attrarre tutti gli investimenti che vogliamo, ma se non formiamo tecnici, manager, operai specializzati, figure digitali, rischiamo di non agganciare fino in fondo questa fase, e di scoprirlo quando sarà troppo tardi per correggere il tiro. Lo sviluppo duraturo nasce quando investimenti, competenze e territorio camminano insieme, non uno alla volta e con anni di ritardo tra loro.
Nel dibattito di Confindustria torna spesso il tema della crescita dimensionale delle PMI. Quali sono, a suo avviso, le leve prioritarie per aiutare le imprese del Sud a compiere questo salto di qualità?
La crescita dimensionale non si impone per decreto, e non si misura solo con il numero dei dipendenti, chi la riduce a questo ha una visione contabile, non industriale. Crescere significa diventare più organizzati, più patrimonializzati, più capaci di innovare, esportare, attrarre competenze e stare dentro filiere evolute.
Le leve sono almeno cinque. La prima è la managerializzazione, perché molte imprese familiari devono rafforzare controllo di gestione, pianificazione, finanza e internazionalizzazione, anche a costo di aprire la governance a competenze esterne. La seconda è l’accesso al credito e al capitale, senza il quale la crescita resta un’intenzione sulla carta. La terza è l’innovazione tecnologica, da leggere come produttività e non come moda da vetrina. La quarta è la formazione, perché le imprese crescono se crescono le persone, non se cambiano solo i macchinari. La quinta è la rete, contratti di rete, aggregazioni, consorzi, collaborazioni stabili tra imprese che spesso si guardano come concorrenti quando dovrebbero riconoscersi come alleati.
La piccola impresa non deve perdere la propria identità. Deve però superare l’idea, ancora troppo diffusa, che “piccolo” significhi necessariamente solo, fragile o marginale. Piccolo può essere forte, se è connesso, competente e ben organizzato, e deve smettere di essere un alibi.
La missione ha anche rafforzato il dialogo tra i sistemi associativi della Calabria e dell’Emilia-Romagna. Che valore ha, oggi, costruire relazioni stabili tra territori apparentemente molto diversi ma accomunati dalla stessa cultura d’impresa?
Ha un valore enorme, e forse più politico che economico. Calabria ed Emilia-Romagna sono territori diversi per storia industriale, densità produttiva e infrastrutture, ma parlano la stessa lingua quando si parla di impresa, lavoro, responsabilità, rischio, comunità, futuro.
Costruire relazioni stabili significa superare una volta per tutte una visione vecchia del rapporto Nord-Sud, che ha fatto comodo a molti ma non ha mai fatto crescere nessuno. Non ci interessa un Sud che chiede e un Nord che concede. È uno schema che ha prodotto assistenzialismo, non sviluppo.
Ci interessa un’Italia industriale che mette in connessione competenze, filiere, mercati e territori, senza gerarchie di partenza. L’Emilia-Romagna può offrire modelli organizzativi e filiere mature; la Calabria può offrire energie imprenditoriali, aree di sviluppo, produzioni di qualità, capitale umano da valorizzare e una posizione strategica nel Mediterraneo che troppo spesso sottovalutiamo noi per primi.
Il sistema confindustriale serve anche a questo. Accorciare le distanze, generare fiducia, trasformare la rappresentanza in piattaforma di relazioni concrete, non in un esercizio retorico. Le associazioni funzionano quando non si limitano a parlare alle imprese, ma le mettono in movimento.
Guardando ai prossimi mesi, quali saranno le priorità del Comitato Piccola Industria Calabria per accompagnare le imprese in questo percorso di crescita e rafforzamento della competitività?
Le priorità sono molto concrete, e non hanno spazio per l’autocelebrazione. Continuare a costruire occasioni di confronto tra imprese, rafforzare il senso di appartenenza al sistema associativo e lavorare su alcuni temi decisivi, ovvero crescita dimensionale, competenze, innovazione, passaggio generazionale, finanza per lo sviluppo e collaborazione tra filiere.
Il Comitato Piccola Industria deve essere una casa operativa per le PMI calabresi, un luogo dove non ci si limita a rappresentare problemi, ma si costruiscono soluzioni, relazioni e opportunità, altrimenti la rappresentanza diventa un esercizio di stile. La missione in Emilia-Romagna è stata un tassello importante, non un episodio isolato da ricordare con nostalgia tra un anno. Ora dobbiamo trasformare quell’esperienza in metodo, più scambio tra territori, più conoscenza di modelli avanzati, più coinvolgimento dei giovani imprenditori, più capacità di portare le imprese calabresi dentro reti qualificate.
La sfida è chiara, e non ammette scorciatoie. Rendere le nostre PMI più forti, più aperte, più competitive. Non per assomigliare ad altri territori, ma per esprimere fino in fondo il potenziale della Calabria produttiva, un potenziale che, se non lo esprimiamo noi per primi, nessuno lo farà al posto nostro.


