
I rifiuti sono considerati comunemente l’ultimo step nel ciclo di vita di un prodotto. Quando si parla di Raee (Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) però, con una visione circolare questi materiali possono diventare dei veri e propri “stock industriali”. Ed è un fattore che determina nel lungo periodo un vantaggio competitivo su scala internazionale per imprese e Pmi.
La corsa alle fonti rinnovabili e l’autonomia energetica sono infatti tra i temi che, all’indomani del dibattito sullo Stato dell’Unione europea del 16 settembre 2026, sollecitano chi fa impresa ad avviare il prima possibile una transizione ambientale strategica. È un passaggio necessario perché le aziende fronteggino la crisi delle materie prime nei prossimi mesi, senza sacrificare la produttività delle filiere. Come si traduce questo cambio di paradigma per le Pmi italiane? Ne abbiamo parlato con Roberto Caschera, Ceo di Sirmet, società che dal al 1986 si occupa di smaltimento Raee professionali, tra le realtà che meglio interpretano questo cambiamento epocale per le Pmi.
Progettare la sostenibilità nelle Pmi: la materia prima del futuro
Da scarti a risorse, una gestione strategica dei Raee può essere l’asso nella manica per competere sul mercato. Un Raee infatti non è soltanto qualcosa di cui disfarsi: contiene materiali che possono essere recuperati e reimmessi nei cicli produttivi.

È esattamente il principio dell’economia circolare su cui Sirmet: oggi vanta 40 anni di esperienza e un know how con cui districarsi nel settore e nei principi dell’economia circolare. Così, Roberto Caschera, Ceo di Sirmet, conferma che:
“Non possiamo affrontare la crisi ambientale limitandoci a ridurre i danni. Dobbiamo cambiare il modo in cui consideriamo le risorse: nel nostro settore vuol dire trasformare il rifiuto in una nuova materia prima”.
Se un rifiuto tecnologico è inutilizzabile, non vuol dire necessariamente sia da buttare. La trasformazione delle materie prime restituisce a quel rifiuto una seconda vita permettendone altri utilizzi. In questa visione rigenerativa, uno scarto diventa una risorsa e il riciclo un processo decisivo per le strategie industriali, messe in difficoltà in questo periodo storico dalla ricerca di materie prime. Basti pensare che, secondo i dati elaborati da Mediobanca, sono circa 77.000 le aziende italiane esposte alla penuria di materie prime critiche.
Per Caschera, le imprese per invertire questa tendenza devono stilare una roadmap industriale nei prossimi anni, così come hanno fatto loro:
“Abbiamo tre priorità: recuperare sempre più materia; utilizzare l’energia in modo più efficiente e investire nella tecnologia. La sostenibilità, se è progettata correttamente, non deve rallentare l’impresa: deve renderla più efficiente e più competitiva”.
L’algoritmo della sostenibilità: nelle imprese “contare” vuol dire “programmare”
La “geopolitica delle risorse” investirà sempre di più le imprese: la domanda di materie prime crescerà rapidamente nelle filiere, ma non in modo uniforme. Come emerge anche dalla guida “Circularity Trend Guide 2026”, “nel 2026 il vero vantaggio competitivo non sarà dichiarare l’uso di materiale riciclato, ma saper gestire questa asimmetria, garantendo qualità, continuità e tracciabilità dove il mercato lo consente, e mitigando i rischi dove la domanda resta debole o volatile”.
Parola chiave per trasformare una filiera in una catena del valore sarà quindi “misurare”. Vale per le performance aziendali, così come per l’ottimizzazione delle logiche industriali. Spiega Roberto Caschera di Sirmet:
“Ogni azienda dovrebbe sapere quanto consuma, dove consuma, quali sono i propri sprechi, quanto costa la logistica e quale valore riesce realmente a recuperare dai propri processi”.
La sostenibilità non è quindi un volano per le imprese, ma un principio che se applicato in tutta la filiera con una metrica precisa, risulta premiante:
“Non basta rendere efficiente il proprio stabilimento se poi si hanno trasporti inefficienti o fornitori non adeguatamente monitorati. Per noi sostenibilità significa anche recuperare più materia, utilizzare meglio l’energia e rendere i processi più efficienti”.
Trasformare conoscenza e risorse in stock industriali
Oggi il Paese ha un primato se si parla di economia circolare. Basti pensare che nel 2024 sul riciclo l’Italia vantava un tasso di utilizzo circolare della materia pari al 21,6%, il più alto in Europa, contro una media Ue del 12,2%. Questo bagaglio culturale può diventare un vero e proprio patrimonio se le Pmi adottassero l’economia circolare come modelli di business.

Il team di Sirmet
Il nodo riguarda le filiere produttive. È lì che serve un cambio di passo e una consapevolezza diversa da parte di chi fa impresa. Il punto fondamentale è smettere di considerare ambiente, sicurezza, qualità e produttività come obiettivi separati: dovrebbero essere concepite come parti dello stesso modello organizzativo. Più un processo è sicuro più spesso sarà anche efficiente, così come un processo più tracciabile consente di ridurre errori e sprechi. Inoltre, un processo che utilizza meno energia riduce contemporaneamente costi e impatto ambientale. Caschera conosce bene questo approccio nel settore:
“In Sirmet abbiamo scelto da tempo di strutturare questi aspetti attraverso sistemi di gestione certificati per qualità, ambiente e sicurezza. La sfida, soprattutto per una Pmi, è trasformare le procedure in strumenti concreti di gestione e non in semplice burocrazia”.
Per farlo, prosegue:
“Le Pmi devono innanzitutto conoscere molto bene la propria struttura dei costi. In una fase di volatilità non è sufficiente sapere quanto si spende: bisogna sapere dove si spende e quali processi generano valore”.
Inoltre, energia, trasporti e materie prime devono essere gestiti come un unico problema, non come variabili per le imprese. Per esempio:
“Bisogna investire soprattutto nell’efficienza. Ogni kilowattora risparmiato, ogni viaggio logistico ottimizzato e ogni tonnellata di materiale recuperato meglio contribuiscono alla competitività dell’azienda”.
Dalle risorse finanziarie alle materie prime
C’è anche un tema di politica industriale a cui attenersi: le Pmi hanno bisogno di strumenti finanziari accessibili e di incentivi stabili per poter affrontare investimenti che, spesso, hanno un ritorno importante nel medio periodo, ma richiedono capitali immediati per avviarlo. Per esempio, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) ha annunciato lo stanziamento di 60 milioni di euro a fondo perduto per quelle imprese italiane che investono nella riduzione degli scarti e nel riuso dei materiali, con pacchetti analoghi per la transizione verde e l’economia circolare delle Pmi.
Sono strumenti che garantiscono stabilità e programmazione, spiega Caschera.
“Bisogna valorizzare maggiormente le imprese che trasformano il rifiuto in materia prima seconda. È una questione ambientale, ma anche industriale e strategica. Perché recuperare una risorsa che abbiamo già sul territorio significa ridurre la dipendenza dalle materie prime importate e rendere più resilienti le nostre filiere”. Significa sapere competere e avere autorevolezza industriale.
Economia circolare e autonomia energetica
Il vero tema è che l’economia circolare, se inserita in un quadro di autosufficienza industriale e di ottimizzazione dei processi di smaltimento e recupero nelle filiere, può diventare un vero e proprio fattore geopolitico. Come emerge dalla guida “Circularity Trend Guide 2026” infatti, le “politiche sulle materie prime critiche trasformano il riciclo in uno strumento di autonomia geopolitica. La circolarità entra nelle strategie industriali di lungo periodo”.

Come poter affrontare la crisi petrolifera, delle materie prime (e inevitabilmente del caro bollette) nel mondo delle Pmi? Una delle risposte è proprio nelle materie prime seconde, ed è lì che si concentra il lavoro di Sirmet:
“L’Italia è fortemente dipendente dall’estero per molte materie prime e le recenti crisi internazionali hanno dimostrato quanto possano essere fragili le catene di approvvigionamento. Recuperare metalli e altri materiali dai rifiuti significa fare economia circolare, ma anche rafforzare la sicurezza delle nostre filiere industriali. La strategia deve essere quella di creare rapporti stabili lungo la filiera, diversificare le fonti di approvvigionamento e garantire qualità e continuità dei flussi. Per un’azienda come Sirmet significa trasformare la capacità di recuperare materia in una vera infrastruttura industriale al servizio delle imprese”.
Uno specchio di questa rivoluzione, produttiva ma soprattutto culturale per le imprese, avviene proprio nella filiera. In Sirmet l’attenzione alla sostenibilità è necessaria:
“Oggi la continuità della filiera è una variabile strategica. La filiera del riciclo deve essere considerata come una vera filiera industriale. La logistica, la tecnologia e la capacità di programmare diventano elementi essenziali della competitività. Non basta trovare un fornitore: bisogna essere in grado di garantire continuità, qualità, tracciabilità e affidabilità. Nel nostro settore questo è particolarmente importante perché il materiale che entra nell’impianto deve essere gestito correttamente in tutte le sue fasi, fino al recupero”.
Contenere l’impatto dei costi energetici: quali risorse e strategie per le Pmi?
Il Lazio oggi rappresenta una regione apripista quando si parla di gestione dei Raee. Si pensi che il 16 giugno 2026 il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha autorizzato la realizzazione del progetto LIFE 22ENV-IT-INSPIREE: un primo impianto industriale europeo per il recupero delle terre rare dai rifiuti elettronici destinato a ricavare neodimio, praseodimio e disprosio dai magneti permanenti dei Raee.

È una notizia che suggerisce come ci sia sempre una maggiore apertura del Paese sul tema del riciclo e come i territori si stiano progressivamente dotando di impianti per affrontare questo cambio di passo. L’innovazione dei processi produttivi è un tema che Sirmet ha fatto suo ormai da tempo per contenere l’impatto dei costi energetici.
“Abbiamo scelto di affrontare il problema energetico attraverso l’innovazione del processo produttivo. Il progetto Sirmet 4.0 rappresenta bene questa impostazione: abbiamo previsto un nuovo impianto per il trattamento e il recupero dei Raee R1, integrando tecnologie riconducibili alla Transizione 4.0 e una componente fotovoltaica. Il progetto punta contemporaneamente all’ampliamento della capacità produttiva, all’economia circolare e al miglioramento della sostenibilità energetica. Per noi questo è il modo corretto di affrontare il problema: non mettere l’efficienza energetica da una parte e la produttività dall’altra, ma progettare impianti e processi in cui le due cose si rafforzino reciprocamente”.
Accrescere la capacità produttiva dalle materie prime
Il principio abbracciato dalla Pmi laziale è che un investimento ambientale deve, quando possibile, produrre anche un risultato industriale. Sirmet 4.0 nasce proprio da questa filosofia. Il progetto prevede un nuovo impianto dedicato al trattamento dei Raee R1, con l’obiettivo di aumentare la capacità produttiva e ottenere un elevato coefficiente di End of Waste, introducendo al tempo stesso tecnologie digitali e misure di efficientamento energetico. Conclude Caschera:
“È questa la direzione nella quale continueremo a muoverci: investimenti che consentano di recuperare più materia, migliorare la qualità del processo e utilizzare le risorse in modo più efficiente. La vera transizione ecologica, secondo noi, è quella che riesce a stare in piedi anche economicamente”.
Così come la cultura d’impresa sui temi della gestione del ciclo di vita dei prodotti, anche il concetto di produzione globale sta cambiando.
“Noi non partiamo necessariamente da una materia prima vergine per ottenere un prodotto: partiamo da un rifiuto e cerchiamo di trasformarlo in una risorsa nuovamente utilizzabile. È una trasformazione industriale e culturale allo stesso tempo”.
Una trasformazione che da un rifiuto può plasmare le sorti di tutto il tessuto produttivo italiano.

