
Il welfare diventa una leva concreta di competitività e sviluppo per le Pmi. Sempre più piccole e medie imprese in Italia investono in questa misura per conciliare le esigenze del personale con la produttività interna. A dirlo è il Rapporto Welfare Index Pmi 2026 di Generali Italia, presentato mercoledì 1° luglio a Roma.
Il Rapporto ha coinvolto oltre 7.000 imprese di tutti i settori produttivi, di tutte le dimensioni e provenienti da tutta Italia.
Oggi il welfare aziendale ha raggiunto la fase della maturità: le Pmi sono consapevoli del proprio ruolo sociale e pronte a generare impatto. Il 76,5% delle aziende italiane di piccole e medie dimensioni ha superato il livello medio di welfare aziendale. Risulta triplicato, invece, il numero di Pmi con livello molto alto, passando dal 10,3% del 2016 al 33,9% del 2026 e ridotto il peso delle aziende che limitano il welfare al solo adempimento contrattuale, con solo il 18,2% delle Pmi.
Ha presenziato la presentazione del rapporto Fausto Bianchi, Presidente della Piccola Industria di Confindustria e Vice Presidente di Confindustria, che ha dichiarato:
“Nelle Pmi c’è una forte consapevolezza che i figli dei dipendenti rappresentino il futuro del Paese. È una sensibilità che sorge naturalmente, perché nelle piccole imprese, che spesso sono a conduzione familiare, il rapporto tra imprenditore e collaboratori è diretto, quotidiano: si condividono responsabilità, fiducia e i momenti più importanti della vita delle persone. Ora questa sensibilità deve trasformarsi in strategia: le imprese che integrano il welfare nella propria cultura aziendale sono più produttive, attraggono talenti e sono più pronte ad affrontare il cambiamento. Le Pmi possono fare la differenza sul tema dell’ascensore sociale, perché mettono la persona al centro e offrono la possibilità di valorizzare il talento indipendentemente dalla condizione di partenza”.
Rapporto Welfare Index Pmi: il bilancio del 2026
Giunto al suo decimo anno, la fotografia sullo stato del welfare nelle piccole e medie imprese italiane si basa su un modello di analisi organizzato in dieci aree, tra cui previdenza e protezione e salute e assistenza.
Hanno aderito oltre 7mila imprese (più che triplicate rispetto alla prima edizione del 2016) di tutti i settori produttivi, di tutte le dimensioni e provenienti da tutta Italia e il raggruppamento delle aziende in quattro profili, come welfare strategico, a cui appartengono il 19% delle imprese e welfare premiante, che comprende il 31,1% delle imprese.
A queste categorie si aggiunge poi il welfare in evoluzione, il profilo più numeroso, costituito dal 31,7% delle imprese, a metà strada tra un approccio teso a valorizzare il ruolo sociale dell’azienda e uno più focalizzato sulle politiche retributive e le relazioni industriali; infine il welfare di conformità, il 18,2% del totale, che muove i primi passi nel welfare aziendale, perlopiù attuando le disposizioni dei contratti collettivi.
L’impatto sociale del welfare sulle Pmi
Tra gli indicatori più importanti del Rapporto c’è quello che misura l’impatto sociale, che evidenzia “la capacità di rispondere in modo concreto ai bisogni delle persone e delle comunità”. Nel 2026 emerge una forte crescita di consapevolezza: l’87,6% delle imprese riconosce la centralità di salute e sicurezza e il 75,9% ritiene necessario rafforzare il proprio ruolo sociale, mentre il 66,4% si sente chiamato a contribuire allo sviluppo sostenibile di filiera e territorio.

Le imprese che integrano il welfare nelle proprie strategie arrivano, inoltre, a livelli elevati di impatto sociale fino al 90% dei casi, grazie a modelli più strutturati, maggiore coinvolgimento dei lavoratori e una migliore capacità di intercettare i bisogni reali.
Il welfare leva di competitività, crescita e successo economico
Le aziende più evolute registrano una produttività superiore, con un fatturato per addetto che raggiunge i 396 mila euro (+20% rispetto alla media) e una redditività più elevata fino al +40,5%. A questo si affianca una maggiore capacità di crescita e generazione di occupazione: tra il 2021 e il 2024, le imprese con livelli alti di welfare hanno visto aumentare gli addetti fino al 20,4%, il doppio rispetto alle realtà meno strutturate.
A questi risultati si aggiunge anche una maggiore capacità di attrazione: nel 2025 il 61,5% delle Pmi ha effettuato nuove assunzioni, dato che sale al 78% tra le aziende con welfare molto alto. In un mercato del lavoro sempre più competitivo e selettivo, il welfare si afferma come fattore distintivo di attrattività, in particolare per i giovani: nelle imprese più evolute cresce la presenza di under 30 e la capacità di inserirli stabilmente.
Le Pmi come “infrastruttura sociale”
In un contesto caratterizzato dall’aumento dei bisogni legati alla salute, all’assistenza, alla conciliazione vita lavoro, all’educazione e alla previdenza, il welfare aziendale contribuisce a rafforzare le reti territoriali di protezione sociale.
Grazie alla loro diffusione sul territorio e alla vicinanza alle famiglie, le Pmi rappresentano una infrastruttura sociale, capace di integrare l’azione pubblica, favorire la collaborazione tra attori diversi e promuovere nuove forme di welfare di comunità.
Nelle realtà più avanzate il welfare converge verso una visione Esg più ampia: cresce la quota di aziende che si dota di figure dedicate alla sostenibilità e definisce obiettivi sociali e ambientali verificabili. Le Pmi più evolute rafforzano le relazioni con il territorio, ricorrendo a fornitori locali (61,7%), sostenendo iniziative sociali (37,3%) e costruendo reti con il terzo settore, che contribuisce all’erogazione di servizi sia alle persone sia alle imprese. Si consolida così un modello di welfare più maturo, che supera i confini aziendali e genera valore diffuso per la comunità.

