
Sempre più imprese scelgono di collaborare tra loro e convergere verso gli stessi obiettivi. Lo dimostra l’ultima indagine dell’Osservatorio nazionale sulle reti d’impresa. Protagoniste di questa crescita sono le Pmi, che nel 2025 hanno visto aumentare gli accordi strategici in tutto il territorio nazionale.
Le reti d’impresa continuano a crescere, protagoniste di questo cambiamento sono soprattutto le Pmi. Manca però un vero salto di qualità su innovazione e competenze. Questo è quanto emerso dall’edizione 2025 dell’Osservatorio nazionale sulle reti d’impresa, curato da InfoCamere, RetImpresa e Venice School of Management dell’Università Ca’ Foscari Venezia.
Nel 2025 si contano 10.361 contratti di rete attivi, +7,6% rispetto al 2024, con il coinvolgimento di circa 53 mila imprese, in crescita del 5,2%. Il Rapporto, presentato il 20 aprile a Napoli, presso Palazzo Partanna, nel corso dell’evento organizzato in collaborazione con la Piccola Industria di Confindustria Campania, ha confermato la solidità delle reti d’impresa e l’importanza della loro diffusione nel sistema produttivo italiano, a distanza di oltre sedici anni dall’introduzione nell’ordinamento.
Secondo Anna Del Sorbo, Presidente della Piccola Industria di Confindustria Campania: “Il Rapporto pone la Campania tra le principali regioni nel panorama delle reti d’impresa, al quarto posto in Italia con il 7,8% delle imprese retiste. Questi dati” – prosegue Del Sorbo – “sono un segnale importante della capacità del sistema imprenditoriale campano, anche in un contesto produttivo frammentato e meno strutturato, di adattarsi a modelli organizzativi collaborativi che rafforzano il potere contrattuale, l’accesso a opportunità finanziarie e la condivisione di asset strategici”.
Strumenti concreti per rafforzare il grado d’innovazione e le competenze nelle reti d’impresa
Il Rapporto, giunto alla sua VII edizione, interpreta i contratti di rete come forme organizzative intermedie e adattive, sempre più consolidate, sebbene ancora caratterizzate da margini di miglioramento, in particolare sul fronte dell’innovazione, della managerializzazione e dell’apertura dei network. Sono elementi cruciali per rafforzare la competitività del sistema produttivo italiano e, in particolare, delle Pmi.
Sul fronte occupazionale, le imprese in rete hanno impiegato oltre 1milione e 743mila addetti. Le microimprese, pur rappresentando la maggioranza numerica (50,8%), hanno inciso solo per il 4,6% sull’occupazione totale, mentre le imprese medio-grandi, pur essendo meno del 10%, hanno concentrato oltre l’80% degli addetti.
Dalla survey 2025 è emerso inoltre che gli obiettivi principali delle reti sono stati soprattutto legati alla competitività: aumento del potere contrattuale (37,6%), condivisione di risorse (27,5%) e partecipazione a bandi e appalti (25,8%). Le reti hanno mostrato livelli complessivamente positivi di performance e coesione, ma una capacità di innovazione ancora contenuta, confermando la necessità di rafforzare la gestione condivisa dell’innovazione e delle competenze.
Per Fabrizio Landi, Presidente di RetImpresa, “il Rapporto dell’Osservatorio invita a rafforzare sui temi dell’innovazione e competenze nelle reti. Per questo è fondamentale puntare su strumenti concreti, come la codatorialità, che consente di condividere competenze qualificate, e la detassazione degli utili reinvestiti nei progetti di rete, appena introdotta dalla Legge annuale Pmi. Si tratta di misure che abbiamo fortemente sostenuto”, conclude il presidente di RetImpresa, “e che vanno nella giusta direzione: riconoscere il valore delle aggregazioni e accompagnarle con politiche efficaci per generare nuovi investimenti e lavoro qualificato”.
Pmi che vogliono fare rete: l’87,5% di loro sostiene la collaborazione
In termini dimensionali, le reti italiane sono rimaste prevalentemente di piccole dimensioni: l’87,5% è composto da meno di 10 imprese e oltre il 54,5% da micro-aggregazioni di 2-3 soggetti. Continuano a prevalere le reti-contratto (86%) rispetto alle reti-soggetto (14%), a conferma della preferenza degli imprenditori per formule organizzative più leggere e flessibili.
In quali regioni e settori si preferisce fare rete d’impresa
Sul piano territoriale, il fenomeno si è confermato diffuso in tutte le regioni italiane. Il Lazio resta la prima regione per numero di imprese in rete (23%), seguito da Lombardia, Veneto e Campania. Oltre il 52% delle reti ha coinvolto imprese della stessa provincia e circa il 70,8% è costituito da aggregazioni uniregionali, anche se è cresciuta la quota di reti interregionali (19,7%).
Si osserva un rafforzamento delle reti unisettoriali (40,8%) e una riduzione delle aggregazioni altamente diversificate, pur rimanendo prevalenti le reti intersettoriali (circa il 59%). Sul piano settoriale, quasi la metà delle imprese in rete si è concentrata in tre comparti: agroalimentare (21,3%), costruzioni (15,2%) e commercio (11,4%). Seguono i settori dei servizi turistici (10,3%), servizi professionali (6,4%) e meccanica (5,7%).
Tra le evoluzioni più recenti emerge la diffusione, ancora limitata ma significativa, delle imprese dell’industria culturale e creativa: il 13% dei contratti di rete include almeno un’impresa di questo tipo, per un totale di circa 1.900 imprese (4% del totale), concentrate soprattutto nei settori software e videogiochi (35,7%), architettura (16,8%) ed editoria. Le reti hanno individuato come prioritari gli ambiti della digitalizzazione, dell’Ict, della sostenibilità e del marketing, ma hanno evidenziato difficoltà nel tradurre questi fabbisogni in interventi formativi strutturati.
Obiettivi e performance delle reti d’impresa
I dati della survey 2025 confermano che le principali motivazioni alla base della costituzione delle reti sono l’aumento del potere contrattuale (37,6%), la condivisione di acquisti e risorse (27,5%) e la partecipazione a bandi e appalti (25,8%), seguite dalle attività di marketing congiunto (18%). Le reti mostrano una valutazione molto positiva della propria composizione e dell’adeguatezza delle risorse di cui dispongono (media 4,5 su 5) e livelli soddisfacenti di performance: gli indicatori di coesione, performance di rete e benefici per le imprese si collocano tra 3 e 3,6 su scala 1-5, in leggero miglioramento rispetto alle edizioni precedenti.
Tuttavia, la capacità di innovare in rete rimane più contenuta (media 2,73), evidenziando una criticità persistente già rilevata negli scorsi anni.
Governance e leadership nelle reti
L’edizione 2025 introduce inoltre un approfondimento sul ruolo della governance e della leadership. Le reti adottano sempre più configurazioni ibride, combinando strumenti formali e relazionali: organo comune, assemblea e presidente sono presenti in oltre il 60% dei casi, mentre il manager di rete è adottato nel 27,8% delle reti, con picchi superiori al 50% nei settori più complessi come il turismo.
Secondo l’edizione 2025 la leadership nelle reti d’impresa riveste un ruolo centrale nel determinare attrattività, stabilità e performance dei network. A differenza delle organizzazioni gerarchiche tradizionali, la leadership nelle reti emerge come un processo distribuito e relazionale, fondato sulla capacità di coordinare attori autonomi piuttosto che su un’autorità formale.

Un particolare dell’evento Osservatorio nazionale sulle reti d’impresa
L’analisi identifica diverse dimensioni della leadership (orientamento agli obiettivi, efficienza, partecipazione e coesione) che incidono in modo differenziato sugli esiti della rete. In particolare, una leadership orientata agli obiettivi e all’efficienza risulta associata a una maggiore attrattività della rete, favorendo l’ingresso di nuovi membri e il rafforzamento della capacità competitiva. Al contrario, una leadership orientata alla coesione contribuisce alla stabilità del network, riducendo il turnover dei partecipanti, ma può al tempo stesso limitare l’apertura verso l’esterno e l’innovazione.
In particolare, reti con una leadership focalizzata sull’uso efficiente delle risorse tendono sia ad avere un numero maggiore di imprese che escono dalla rete, sia ad attrarre nuove imprese in rete. Il ruolo della leadership viene ulteriormente approfondito attraverso l’analisi della funzione specifica dell’impresa capofila, che emerge come attore chiave nei processi di coordinamento e orchestrazione della rete. Anche la leadership esercitata nello specifico dalla capofila produce una crescita degli ingressi nella rete ma anche un aumento delle uscite, rafforzando l’idea che il modo in cui è esercitata la leadership impatta sulla composizione della rete.
Inoltre, la presenza di una capofila con un forte potere decisionale è associata a performance migliori sul fronte dell’innovazione, e in caso di shock e crisi (sia esogene sia endogene) una capofila forte riesce a mantenere la compagine della rete compatta.
Incentivi, competenze e formazione
L’analisi di incentivi, competenze e formazione evidenzia un divario tra l’importanza strategica attribuita allo sviluppo delle competenze e il loro limitato utilizzo nelle pratiche organizzative. Questo gap rappresenta un vincolo alla sostenibilità delle reti nel lungo periodo e suggerisce la necessità di politiche che affianchino agli incentivi economici strumenti di sviluppo manageriale e organizzativo. L’analisi dei fabbisogni formativi evidenzia come le reti d’impresa attribuiscano un’elevata rilevanza strategica allo sviluppo delle competenze, in particolare negli ambiti della digitalizzazione, Ict, sostenibilità, marketing e gestione delle risorse umane, riconosciuti come prioritari da oltre due terzi del campione. Tuttavia, tale consapevolezza si accompagna a una limitata capacità di tradurre questi fabbisogni in interventi strutturati di formazione.
I dati della survey mostrano infatti una significativa difficoltà nel reperimento di profili specializzati: le criticità maggiori si concentrano nelle aree della produzione (32%), della progettazione, ricerca e sviluppo e area tecnica (31%), seguite da Ict e sistemi informativi (17%), attività amministrative e di supporto (14%) e logistica e distribuzione (14% imprese). Questo evidenzia un marcato mismatch tra domanda e offerta di competenze, particolarmente accentuato nelle funzioni core e nei settori ad alta intensità tecnologica.
In prospettiva, le reti dichiarano l’intenzione di rafforzare gli investimenti in formazione proprio nelle aree in cui emergono maggiori criticità: per il 2026, gli ambiti prioritari di sviluppo delle competenze risultano essere la produzione (31,5%), la progettazione e R&S (25,3%), l’Ict (25%) e le attività commerciali e di marketing (22%). Tali evidenze confermano la centralità delle competenze tecniche e digitali come leva competitiva per le reti.
Investire nella formazione e nello sviluppo delle competenze
Nonostante ciò, la formazione continua a essere sottoutilizzata e poco strutturata, anche a causa di vincoli organizzativi e culturali. Le reti segnalano infatti carenze nella pianificazione, nel controllo e nella governance delle attività formative, nonché un utilizzo ancora limitato degli strumenti di formazione finanziata, in particolare messi a disposizione dai fondi interprofessionali. Questo gap è ulteriormente aggravato dalla difficoltà di attrarre e trattenere personale qualificato, in un contesto in cui la rapidità di aggiornamento delle competenze rappresenta un fattore critico di successo.
Nel complesso, i risultati evidenziano un disallineamento tra bisogni formativi, capacità organizzativa e utilizzo degli strumenti disponibili, suggerendo la necessità di rafforzare politiche e strumenti orientati al potenziamento della formazione e allo sviluppo delle competenze in una logica aggregata, puntando ad esempio sulla codatorialità, per sfruttare le economie di scala e le dinamiche collaborative tipiche delle reti.
Per quanto riguarda in dettaglio gli incentivi, oltre la metà (53%) del campione della survey manifesta un interesse medio-alto a utilizzare misure di agevolazione, in particolare di natura finanziaria (es. a fondo perduto), per sostenere la formazione del capitale umano e gli investimenti collegati al programma comune; accanto agli incentivi finanziari, le reti intervistate mostrano poi un interesse significativo per le agevolazioni fiscali, quali i crediti d’imposta su ricerca, sviluppo e innovazione e la nuova misura della detassazione degli utili reinvestiti in rete, appena introdotta dalla Legge annuale per le Pmi.
“La competitività delle Pmi passa sempre più dalle competenze”, ha dichiarato Giammaria De Paulis, Vice Presidente PI Confindustria con delega a Persone, formazione e competenze, “Le reti d’impresa possono diventare una leva decisiva anche su questo fronte, ma serve un salto di qualità: dalla formazione episodica a percorsi strutturati, capaci di rafforzare davvero il capitale umano e accompagnare la crescita delle imprese, valorizzando appieno gli strumenti di finanziamento disponibili, dai Fondi interprofessionali al Fondo Nuove Competenze”.
Nel complesso, i contratti di rete si sono confermati uno strumento efficace e consolidato per la competitività delle imprese italiane, ma serve uno slancio per raggiungere risultati concreti. Rafforzare innovazione, competenze e capacità manageriale restano infatti la sfida principale per accompagnarne l’evoluzione delle imprese e sostenerne l’impatto di queste scelte sul sistema economico nazionale.
Focus sulle reti nel settore agroalimentare
Infine, il capitolo sulle reti agricole evidenzia il ruolo centrale del settore agroalimentare, che si conferma tra i principali ambiti di diffusione dei contratti di rete. L’analisi mette in luce come la misurazione della performance rappresenti ancora una criticità: le reti fanno scarso uso di strumenti strutturati di valutazione economico-finanziaria, limitando la capacità di monitorare i risultati e orientare le decisioni strategiche. Ne emerge la necessità di sviluppare modelli di valutazione più avanzati e condivisi, in grado di supportare la competitività, la trasparenza e la sostenibilità delle reti nel settore.
Le analisi evidenziano il ruolo centrale della complementarità delle risorse, che risulta positivamente correlata a tutte le dimensioni di performance, mentre la sovrapposizione di mercato tra imprese retiste (intesa come condivisione di fornitori, clienti e prodotti) ha effetti positivi su performance e coesione ma non sull’innovazione. Al contrario, variabili strutturali quali dimensione, età della rete o presenza di imprese grandi risultano meno rilevanti.

