
Intelligenza artificiale, ma non solo. Anche robotica sociale, sensori biomedicali e piattaforme digitali capaci di dialogare tra loro. È questa una delle frontiere più promettenti dell’innovazione applicata alla sanità e, più nello specifico, al caregiving. Una risposta che nasce da una sfida demografica prima ancora che tecnologica: oggi oltre un italiano su quattro ha più di 65 anni e il nostro Paese è quello con la popolazione più anziana dell’Unione europea. Mentre cresce il numero delle persone fragili, diminuisce quello di chi dovrà prendersene cura. È in questo scenario che la robotica e l’intelligenza artificiale possono diventare alleati di medici, caregiver e famiglie, “affiancando – e non sostituendo – il lavoro umano”.
Questo perché l’aumento dell’aspettativa di vita rappresenta una delle più grandi conquiste della medicina moderna, ma porta con sé una conseguenza inevitabile: cresce il numero di persone che convivono con patologie croniche, spesso contemporaneamente. L’anziano fragile, infatti, raramente è seguito da un solo specialista. Più frequentemente affronta percorsi terapeutici complessi, visite con professionisti diversi e terapie farmacologiche difficili da gestire. Una complessità che mette sotto pressione sistema sanitario da un lato e famiglie dall’altro e, più in generale, chi quotidianamente presta assistenza.
Tra le imprese che stanno lavorando per dare una risposta a questa sfida c’è Protom Robotics, Pmi innovativa del gruppo Protom specializzata nello sviluppo di social robot. L’azienda punta a dare all’intelligenza artificiale una dimensione fisica attraverso la cosiddetta phygital AI, facendo convergere robotica sociale, algoritmi intelligenti e tecnologie biomedicali in un unico ecosistema assistenziale.
«Nei prossimi anni non avremo abbastanza personale per assistere gli anziani. E l’anziano fragile non ha una sola malattia, ne ha tre o quattro, con altrettanti specialisti che non si parlano», osserva Claudio Autorino, amministratore delegato dell’azienda.
«Per questo il robot non nasce per sostituire il medico o il caregiver, ma per aiutarli a seguire il paziente in modo più continuo e consapevole».
Dall’intelligenza artificiale alla robotica sociale
Il percorso parte da PROBOT® Classmate, il robot sociale introdotto nelle scuole come compagno di classe capace di apprendere attraverso l’interazione con studenti e insegnanti, rendendo la didattica più coinvolgente e inclusiva. La stessa piattaforma è stata successivamente evoluta nel progetto PROBOT CARE, sviluppato insieme all‘Università Parthenope per rispondere alle esigenze delle persone anziane fragili.
Il sistema integra sensori biomedicali, indossabili e non invasivi, con un social robot in grado di monitorare costantemente i principali parametri vitali, supportare l’aderenza alle terapie farmacologiche e accompagnare il paziente in percorsi di stimolazione cognitiva personalizzati. Tutti i dati raccolti confluiscono in una piattaforma digitale consultabile in tempo reale da medici e caregiver, che possono così avere un quadro aggiornato dell’evoluzione clinica della persona assistita, individuando rapidamente eventuali criticità.
Quando la tecnologia crea una relazione
La vera innovazione, tuttavia, non risiede soltanto nella capacità di raccogliere dati. Il valore aggiunto della robotica sociale è la relazione che riesce a costruire con la persona. PROBOT, infatti, dialoga con l’utente, ricorda le conversazioni precedenti e utilizza queste informazioni per rendere ogni interazione sempre più naturale e fluida. Su questo rapporto di fiducia innesta poi esercizi di stimolazione cognitiva che si adattano automaticamente ai progressi o alle difficoltà del paziente, trasformando la riabilitazione in un’attività più coinvolgente e continua.
È un approccio che punta anche ad abbattere una delle principali barriere all’adozione delle tecnologie digitali in sanità: la diffidenza. Per molti anziani, infatti, utilizzare un’applicazione o un dispositivo elettronico può rappresentare un ostacolo. La presenza di un’interfaccia fisica capace di parlare, ascoltare e instaurare un dialogo contribuisce invece a trasformare la tecnologia in uno strumento familiare, facilitando l’aderenza ai percorsi terapeutici.
«I robot sociali assistivi e companion rappresentano una delle innovazioni più promettenti per la sanità del prossimo futuro, non perché sostituiscano il medico, ma perché ne amplificano la capacità di prendersi cura della persona in modo continuo, personalizzato e non invasivo», spiega Maria Carla Staffa, professoressa dell’Università degli Studi di Napoli Parthenope ed esperta di robotica sociale e assistiva. «La vera sfida non è convincere le persone ad accettare la tecnologia, ma progettare tecnologie capaci di adattarsi alle persone: sistemi intelligenti, empatici e affidabili che supportino le decisioni cliniche, riducano il carico assistenziale e migliorino la qualità della vita senza mai sostituire il valore insostituibile del rapporto umano. Questo è proprio l’obiettivo del progetto CARE.»
È proprio questo il punto di equilibrio verso cui sembra orientarsi l’innovazione sanitaria: non sostituire il giudizio clinico né il rapporto tra medico e paziente, ma mettere a disposizione informazioni più complete, tempestive e facilmente condivisibili.
Una tecnologia destinata ad andare oltre il caregiving
La natura modulare del framework sviluppato da Protom Robotics apre inoltre prospettive che vanno oltre l’assistenza agli anziani. Lo stesso ecosistema può infatti essere adattato ad altri contesti, come la pediatria o i percorsi di riabilitazione cognitiva, dove la componente relazionale rappresenta un fattore determinante per favorire la continuità terapeutica e il coinvolgimento del paziente.
«L’obiettivo non è costruire macchine che sostituiscano le persone, ma strumenti che permettano a medici, caregiver e famiglie di dedicare più tempo alla relazione e meno alla gestione della complessità», conclude Autorino.
In una società destinata a invecchiare sempre di più, il tema non sarà soltanto quello di curare un numero crescente di persone fragili, ma di riuscire a farlo garantendo qualità dell’assistenza, sostenibilità del sistema e centralità della persona. È una sfida che non potrà essere affrontata soltanto con nuove risorse umane, sempre più difficili da reperire. Serviranno anche tecnologie capaci di mettere l’intelligenza artificiale al servizio della relazione di cura. Perché il futuro del caregiving, più che sostituire l’uomo, sembra destinato ad aiutarlo a prendersi cura meglio degli altri.

