
“Milano-Cortina a cinque cerchi. L’economia dello sport e della montagna”. Questo il titolo del nuovo della Rivista di Politica Economica che affronta i Giochi invernali non solo come evento internazionale, ma come occasione per analizzare la struttura economica che li rende possibili e le trasformazioni che possono generare.
La prima parte è dedicata allo sport come volano di sviluppo: il suo valore di bene culturale e pubblico, l’impatto delle infrastrutture, la manifattura dei beni sportivi e l’export, il turismo legato ai grandi eventi, il ruolo della spesa pubblica. La seconda parte concentra l’attenzione sulla montagna italiana, tra fragilità demografiche e nuove prospettive di competitività, innovazione e attrattività territoriale.

STEFANO MANZOCCHI, prorettore per la ricerca e la terza missione all’Università Luiss Guido Carli di Roma e direttore della Rivista di Politica Economica
Ne abbiamo parlato con Stefano Manzocchi, prorettore per la ricerca e la terza missione all’Università Luiss Guido Carli di Roma e direttore della pubblicazione.
Direttore, questo numero della Rivista è stato pensato alla vigilia di Milano Cortina 2026. Qual è l’ambizione scientifica del volume e quale chiave di lettura avete scelto per interpretare l’evento olimpico?
“L’ambizione è stata quella di andare oltre la luce dei Giochi, oltre la dimensione della vetrina. Le Olimpiadi e le Paralimpiadi sono, per definizione, un evento straordinario che per settimane catalizza l’attenzione globale. Abbiamo lavorato al numero molti mesi prima dell’avvio delle competizioni, con l’idea di guardare al ‘backstage’. Uno sguardo ampio alle infrastrutture, all’industria dello sport, al turismo, alla manifattura delle attrezzature, fino alla dimensione territoriale della montagna italiana.
Milano Cortina rappresenta un’intersezione particolare. Da un lato un grande evento diffuso su più territori, dall’altro un sistema sportivo ed economico che precede e sostiene l’evento stesso. E, nel caso delle Olimpiadi invernali, entra in gioco un elemento ulteriore, ovvero la montagna italiana, che copre circa il 35% del territorio nazionale e che presenta al tempo stesso eccellenze straordinarie e fragilità strutturali.
La Rivista di Politica Economica non poteva limitarsi a celebrare l’evento. Doveva interrogarsi sulle sue implicazioni economiche, sulle sue potenzialità e anche sulle criticità da affrontare nel medio-lungo periodo”.
Nel volume lo sport è analizzato non solo come settore economico, ma come bene culturale e bene pubblico. Perché oggi è necessario leggerlo in questa chiave più ampia?
“Perché lo sport è ormai un fenomeno sociale e culturale di massa. Se guardiamo indietro, anche solo a venti o trent’anni fa, la partecipazione attiva era molto più limitata. Oggi, pur con margini di miglioramento rispetto ad altri Paesi europei, lo sport è diventato una componente strutturale della vita collettiva degli italiani.
Non è un caso che sia stato riconosciuto anche a livello costituzionale: lo sport è salute, è cultura, è socialità. È uno dei pochi linguaggi davvero transculturali. I grandi eventi sportivi, più di altri fenomeni dello spettacolo, riescono a unire pubblici diversi, generazioni diverse, contesti nazionali differenti.
In un’epoca in cui la dimensione digitale rischia talvolta di isolare le persone dietro schermi e piattaforme, lo sport continua a rappresentare un’esperienza condivisa, fisica o simbolica, che crea comunità.
Questa dimensione culturale e sociale inevitabilmente si riflette sulla sfera economica. Lo sport genera valore non solo come industria, ma come infrastruttura sociale poiché produce capitale relazionale, benessere e anche identità collettiva. Ed è per questo che non può essere letto esclusivamente come un comparto produttivo”.
Un nodo centrale è il rapporto tra evento sportivo e infrastrutture. Qual è il gap che l’Italia sconta e quali condizioni servono per trasformare l’evento in eredità duratura?
“Il gap esiste ed è significativo. Scontiamo un ritardo sia nella qualità media sia nell’età dei nostri impianti. Molte infrastrutture sono obsolete o addirittura insufficienti rispetto agli standard internazionali. Ma il ritardo è anche culturale perché non sempre l’impianto sportivo è concepito come asset territoriale multidimensionale.
Un’infrastruttura sportiva moderna non serve solo per l’evento e bisogna entrare nell’ottica che deve essere integrata nel territorio, generare partecipazione, ospitare attività sportive ma anche culturali e sociali. Deve diventare in sostanza un moltiplicatore di valore ma perché questo accada servono due condizioni fondamentali.
La prima riguarda i modelli finanziari. In un Paese con vincoli fiscali stringenti, è indispensabile rafforzare strumenti di partenariato pubblico-privato e modelli di blended finance, coinvolgendo investitori istituzionali, anche internazionali, in modo sostenibile.
La seconda condizione è amministrativa. I tempi di realizzazione delle opere in Italia sono spesso doppi rispetto ad altri Paesi. Occorre una semplificazione dei processi, senza comprimere le prerogative degli attori coinvolti, ma creando meccanismi decisionali più efficienti. In assenza di questo, il rischio è duplice: perdere finanziamenti e scoraggiare investitori.
Milano-Cortina, per molti aspetti, ha cercato di muoversi in una logica di riuso e integrazione degli impianti esistenti. La vera valutazione si farà a posteriori, ma l’approccio appare orientato a evitare cattedrali nel deserto”.
La seconda parte del numero si concentra sulla montagna, riletta come “periferia competitiva”. Qual è oggi la vera sfida delle aree montane italiane?
“La sfida è complessa. Da un lato abbiamo territori straordinari, che rappresentano una vetrina internazionale. Dall’altro, un terzo del territorio nazionale che in molti casi ha conosciuto spopolamento e desertificazione economica.
Le aree montane sembrano spesso strette tra due estremi: l’iperturismo, che riguarda solo alcune località e genera problemi di sostenibilità, e la marginalità strutturale, che richiede politiche di sostegno per evitare ulteriore declino.
La prospettiva della “periferia competitiva” è un tentativo di superare questa dicotomia. Alcuni territori montani, soprattutto se in prossimità di grandi aree urbane, possono beneficiare di nuove dinamiche: lavoro ibrido, infrastrutture digitali, qualità della vita, attrattività climatica.
Ma questo richiede investimenti mirati in infrastrutture fisiche e digitali, strumenti finanziari innovativi, valorizzazione del capitale umano, connessioni con università e centri di ricerca. In alcune realtà – penso a Trento – questo processo è già in atto. In altre, soprattutto nel Centro-Sud, le potenzialità sono ancora inespresse.
La montagna può diventare laboratorio di innovazione e sostenibilità, ma non senza una strategia chiara e strumenti adeguati”.
Se dovesse sintetizzare in un messaggio chiave il contributo di questo numero della Rivista?
“Direi che le potenzialità dell’economia dello sport e della montagna italiana sono enormi, ma solo in parte vengono intercettate.
Lo vediamo in questi giorni di Olimpiadi dove emerge la qualità dei territori, la forza dell’industria sportiva, la capacità organizzativa. Ma accanto alla vetrina emergono anche nodi strutturali – finanziari, infrastrutturali, amministrativi – che devono essere affrontati.
Non è un numero che offre una ricetta immediata di policy. È piuttosto un invito a guardare oltre l’evento, a leggere lo sport e la montagna come leve strategiche di sviluppo sostenibile. Le potenzialità ci sono. La sfida è trasformarle in crescita stabile e duratura”.

Il numero 2-2025 della Rivista di Politica Economica
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