
Il concetto di “Sistema Paese” ha svolto, per molti anni, una funzione rilevante. Ha rappresentato il tentativo di presentare l’Italia nel mondo come un insieme coerente di cultura, economia, territori, imprese e stile di vita, offrendo una narrazione coordinata e riconoscibile. In un determinato contesto storico questo approccio ha funzionato, ed è giusto riconoscerlo. Oggi, però, la domanda non è se il Sistema Paese sia stato utile, ma se lo sia ancora nella forma in cui è stato concepito.
Il Sistema Paese nasce in un mondo profondamente diverso da quello attuale: più lento, più gerarchico, in cui l’immagine internazionale di un Paese veniva costruita prevalentemente dalle istituzioni, attraverso canali ufficiali, grandi eventi e una comunicazione di tipo top-down. Quel mondo non esiste più. Oggi la reputazione di un Paese è un processo diffuso e continuo, costruito quotidianamente da una pluralità di attori – imprese, università, centri di ricerca, startup, professionisti, artisti, studenti e cittadini che operano all’estero – spesso fuori dai radar istituzionali, ma con un impatto reale sulla credibilità internazionale.
Da questa trasformazione emergono almeno tre limiti dell’approccio tradizionale al Sistema Paese.
Il primo è la centralizzazione: l’idea che l’identità e la proiezione internazionale dell’Italia possano essere governate da un unico centro decisionale non corrisponde più alla natura distribuita della reputazione globale.
Il secondo riguarda il linguaggio: raccontare il Paese quasi esclusivamente attraverso eccellenze storiche, tradizione e patrimonio rischia di non spiegare chi siamo oggi né dove stiamo andando, lasciando in ombra innovazione, ricerca, nuove competenze e trasformazioni sociali.
Il terzo limite è la difficoltà di adattarsi a una competizione globale che non vede più contrapposti solo gli Stati, ma ecosistemi complessi – città, distretti tecnologici, filiere produttive e reti di competenze – capaci di attrarre talenti e idee prima ancora che capitali.
Alla luce di questi cambiamenti, il Sistema Paese non va abbandonato, ma ripensato. Non come semplice strumento di rappresentazione, bensì come strumento di abilitazione. Il ruolo delle istituzioni non è più quello di raccontare il Paese al posto dei suoi attori, ma di creare le condizioni affinché chi lo costruisce ogni giorno possa essere visibile, connesso e credibile nei contesti internazionali. Questo implica meno autocelebrazione e più investimento in piattaforme, connessioni e spazi di collaborazione capaci di valorizzare una pluralità di voci, mantenendo una coerenza di fondo.
In questa prospettiva, il Sistema Paese diventa innanzitutto un’infrastruttura relazionale. Meno enfasi sulla narrazione unitaria e più attenzione alla capacità di mettere in relazione competenze, territori, ricerca e imprese, dentro e fuori dai confini nazionali. L’unità di azione non è più soltanto il Paese nel suo insieme, ma i suoi ecosistemi: città, distretti, filiere e comunità professionali che operano già su scala globale e che possono essere messi in condizione di dialogare con ecosistemi analoghi in altri contesti internazionali.
Questo cambiamento richiede anche un diverso rapporto tra istituzioni e società produttiva e culturale, fondato meno sul controllo e più sulla fiducia. La credibilità internazionale non si assegna dall’alto né si costruisce per dichiarazione, ma si rafforza riconoscendo e sostenendo chi genera valore reale, innovazione e relazioni durature. Un Paese non si afferma perché proclama la propria eccellenza, ma quando viene riconosciuto come rilevante dagli altri.
Anche la diplomazia, in questo quadro, è chiamata a evolvere. Non perde centralità, ma ne cambia la funzione: da voce prevalentemente ufficiale a infrastruttura di connessione, garante di coerenza e facilitatore di relazioni. Questo non implica un ritorno a logiche gerarchiche o di controllo, ma la costruzione di una visione condivisa, strumenti comuni e priorità chiare, capaci di orientare e integrare l’azione dei diversi attori coinvolti.
Le sedi all’estero non devono più agire come entità isolate o autoreferenziali, né limitarsi a una delega implicita verso le realtà operative già presenti sul territorio, ma come nodi di una rete coordinata, in cui il raccordo strutturato tra istituzioni centrali, rete diplomatica ed entità locali che operano da anni nei contesti di riferimento non è opzionale, bensì condizione essenziale di efficacia. Solo in questo modo è possibile favorire incontri, collaborazioni e accesso ai contesti decisionali internazionali, riducendo frammentazioni e sovrapposizioni che oggi indeboliscono l’azione complessiva.
Ripensare il Sistema Paese significa, in definitiva, accettare che il mondo è cambiato e che anche gli strumenti con cui l’Italia si presenta devono evolvere. Non si tratta di rinnegare il passato, ma di evitare che diventi l’unico linguaggio con cui proviamo a parlare del futuro. La forza di un Paese oggi risiede nella sua capacità di dare spazio, voce e fiducia a chi lo rende credibile, dentro e fuori dai confini nazionali.

