Tim ID Left
Tim ID Right
Tim ID Top
Menu

Seguici su

 


Febbraio 2018 - © L'Imprenditore

Verso un nuovo modello di sviluppo

di Giancarla Babino

Condividi articolo

Diseguaglianze economiche, tensioni sociali, crisi ambientali: la soluzione si chiama sostenibilità. Per questo confindustria lancia il manifesto sulla responsabilità sociale per l’industria 4.0. Parla la presidente del gruppo tecnico Rossana Revello 

 

Come nasce l’esigenza di stendere un “Manifesto” su una delle politiche industriali di Confindustria? E perché proprio ora?                                                                      

La storia della Responsabilità sociale d’impresa inizia molti anni fa in Confindustria. Inserita nelle attività della “Cultura d’impresa”, riceve dall’esterno interesse e condivisione, ma rimane nel ghetto dorato delle “attività degli imprenditori”. 

La svolta arriva con la Presidenza Boccia: il presidente ne modifica il posizionamento e pone la Rsi come uno degli strumenti della politica industriale del Paese. Una rivoluzione a 360 gradi. Confindustria ritiene cioè – e questo è l’elemento vitale – che la stessa crisi internazionale che stiamo vivendo e le problematiche sociali, ambientali ed energetiche che l’accompagnano possano essere un’occasione per ripensare un nuovo modello di sviluppo. Nasce così il Gruppo Tecnico Rsi, che presiedo: Rsi, “valore condiviso”, “sostenibilità” sono sinonimi che indicano gli elementi che possono incidere nel cuore della strategia dell’impresa. 

 

Fermiamoci su quest’ultimo punto: significa che incide sulla governance?

Il presidente Boccia sostiene che è ciò che chiamiamo “capitalismo moderno”: i temi ambientali, economici e sociali non possono che far parte del quotidiano degli imprenditori. La connessione con l’ambiente in cui si lavora, la valorizzazione delle risorse umane – particolarmente importante per il nostro tessuto produttivo, al 98% composto da piccole e medie imprese – il welfare aziendale, la sostenibilità dei prodotti, sempre più apprezzata dal mercato, sono elementi ormai irrinunciabili per le imprese.

 

Seguire percorsi di sostenibilità offre un ritorno economico alle imprese? Anche dal punto di vista finanziario?       

Certamente. È evidente che le scelte dei consumatori, che sempre più apprezzano i prodotti sostenibili, cambiano radicalmente le decisioni di investimento delle imprese; la finanza al tempo stesso investe preferibilmente nelle imprese che danno più garanzie di crescita, e presentano meno rischi, dunque sono “sostenibili” secondo gli indicatori dei più grandi fondi d’investimento mondiale. Ormai è un processo visibile anche nel nostro Paese.  

 

Sembrerebbe, però, coinvolgere soprattutto le grandi imprese. In che modo interessa le Pmi? 

Le interessa perché sono imprese anche maggiormente legate al territorio e alla loro comunità di appartenenza e dunque il rapporto con quello che è chiamato “effetto reputazionale” è molto forte. Inoltre sono in filiera con le grandi, come elemento di riferimento e di traino per i mercati internazionali: non possono pertanto che essere inserite in una collaborazione virtuosa, vantaggiosa per tutti. 

Con una precisazione importante: non si tratta di una forzatura verso ulteriori adempimenti – che sarebbero insopportabili – ma di un processo di crescita, utile per tutti gli attori coinvolti.

 

Se questo è il processo da cui nasce, qual è l’obiettivo del Manifesto? E quale sarà la sua destinazione?           

Una delle prime azioni che il Gruppo Tecnico ha voluto realizzare è stata questa: un documento che individuasse, con un linguaggio semplice e immediato, gli obiettivi di sostenibilità raggiungibili in un Paese sempre più sostenibile. Abbiamo anche creato un video, che rappresenta un’ulteriore semplificazione di questo percorso, con esempi concreti. Il nostro primo target sono gli imprenditori. Intendiamo poi raffrontarci con tutti gli stakeholder coinvolti nei processi che indichiamo: istituzioni, consumatori, autorità locali e centrali, associazioni, università, mondo della ricerca. La sostenibilità non è un cammino che gli imprenditori possono fare da soli, ma è un nuovo modello di sviluppo che coinvolge tutti.   

 

Come pensate di coinvolgere la società in senso più ampio e non solo, cioè, dei portatori d’interesse?                                                                                

Confindustria ha aderito dall’inizio della presidenza Boccia all’Asvis, l’Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile, che raccoglie oltre 160 realtà impegnate nella sostenibilità: il nostro obiettivo è quello di mettere a “fattor comune” le nostre riflessioni e azioni, per un percorso appunto comune, non vogliamo certo stare in un recinto. 

Crescita, infrastrutture sostenibili e lotta alla diseguaglianza e povertà sono gli obiettivi 8, 9 e 10 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite che il presidente ha individuato come i temi imprescindibili per lo sviluppo delle imprese.

 

In questo itinerario manca, però, il riferimento alla politica. Se fosse assente del tutto, ciò vanificherebbe qualsiasi ipotesi. Quali proposte pensate di avanzare al prossimo Governo?          

Il Manifesto sarà uno degli elementi della relazione politica che Confindustria proporrà al Paese in occasione delle Assise Generali: la sostenibilità sociale come elemento di competitività.

 

Avete in programma iniziative comuni con altre associazioni?  

Stiamo approntando alcuni tavoli di collaborazione e scambio: il primo sarà con Confagricoltura e la filiera del food, per identificare possibili prassi comuni. 

 

Quale sarà la “vita” del “Manifesto”, ovvero la sua durata?                                         

Un documento del genere è per definizione in progress e noi ci auguriamo che già fra qualche mese sia modificato anzi superato, naturalmente in senso positivo, dalla realtà. 

 

limprenditore

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER UE PER LE PMI

Leggi anche