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Dicembre 2017 - © L'Imprenditore

Pronti a crescere

Intervista a Carlo Robiglio - di Silvia Tartamella

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Carlo Robiglio è il nuovo presidente di Piccola Industria Confindustria. Responsabilità, merito, leadership saranno le parole chiave per un’unica missione: tornare a fare cultura d’impresa in azienda, in associazione e nel paese

 

Il suo discorso di insediamento si è distinto per il forte richiamo ai valori e alla storia associativa. Ha citato Adriano Olivetti e Leo­poldo Pirelli. Perché? 

Credo profondamente che senza radici non vi sia futuro e che dobbiamo recuperare i valori di impresa che ci contraddistinguono: responsabilità, merito, leadership. Figure come Olivetti, Pirelli o Merloni sono fari che illuminano la nostra strada, dobbiamo riscoprirli nella consapevolezza che per guardare al nuovo dobbiamo ripartire da ciò che siamo stati. Soprattutto adesso che viviamo un cambiamento repentino e potente, che ci disorienta e rischia di spingerci fuori  dal mercato. 

A questa forza centrifuga dobbiamo rispondere con una forza centripeta che non può che ripartire dalla nostra storia. 

 
Cosa dobbiamo recuperare? 

La consapevolezza che l’impresa e l’imprenditore hanno un ruolo sociale insostituibile. L’impresa non è soltanto un soggetto deputato al profitto, ma è una realtà calata all’interno di un territorio e di una comunità, a cui porta valore aggiunto. Un valore che non si esaurisce esclusivamente nell’offrire posti di lavoro, ma si traduce anche in quel bagaglio di competenze, cultura e storia che l’impresa porta con sé e che contribuisce a definire l’identità di una comunità. In estrema sintesi, dobbiamo tornare a parlare di cultura d’impresa. 

 

E infatti cultura d’impresa è il cuore del suo messaggio politico.

Ho scelto volutamente questo termine che potrebbe sembrare un po’ “largo” per spiegare la duplice azione che come imprenditori dobbiamo portare avanti. 

Da una parte è necessario agire all’interno delle nostre aziende e delle associazioni per stimolare la tensione all’eccellenza. Oggi senza competenze e formazione continua rischiamo di essere esclusi dai benefici dell’innovazione tecnologica e della globalizzazione. Mettersi in discussione è il primo passo. 

Dall’altra parte, fare cultura d’impresa significa trasmettere all’esterno, a partire dai giovani e dalla scuola, i nostri valori e diffonderli nella società. 

Essere imprenditori in Italia ha un valore peculiare. Siamo stati tra i primi, nel Rinascimento, a mettere al centro la persona e a comprendere come possa esprimersi al meglio attraverso l’iniziativa privata. È un patrimonio da custodire e trasferire rafforzato. 

 

In vista delle prossime Assise Generali di Confindustria, che si terranno il 16 febbraio a Verona, è in corso un lungo processo di ascolto della base: incontri territoriali e tematici che si concluderanno proprio poco prima dell’appuntamento. Un metodo tracciato nel solco della tradizione di Piccola Industria.

Le Assise sono un fondamentale momento di confronto, periodicamente necessario in una realtà del calibro e delle dimensioni di Confindustria. La partecipazione e la capacità di ascolto, a cui faccio spesso riferimento, diventano ancora più importanti per chi ricopre ruoli di rappresentanza perché dopo queste due fasi occorre fare sintesi delle istanze raccolte, formulando proposte organiche ed equilibrate. Posso affermare, senza tema di smentita, che Piccola Industria ha sempre praticato questi comportamenti rappresentando una grande laboratorio di crescita del Paese.

Non dobbiamo mai dimenticare, infatti, che l’associazionismo ha un senso solo se si trasforma in una proposta per il Paese, nella quale è imprescindibile il confronto con la politica. Quello che è importante, e sempre lo sarà, è mantenere la credibilità, l’autorevolezza e i contenuti per farsi ascoltare. In qualità di operatori dell’economia, noi imprenditori non possiamo abdicare a un ruolo politico che, tutelando un legittimo interesse che sembra di parte ha, in realtà, come obiettivo una politica che porti beneficio al Paese nel suo complesso.   

 

Viviamo una fase storica particolare? 

Diciamo che dal 2008 in poi l’urgenza è diventata la nostra quotidianità. Le imprese hanno resistito applicando quella virtù a noi tanta cara, la resilienza, e oggi che intravediamo una via d’uscita dobbiamo assolutamente spingere in questa direzione. Non possiamo stare alla finestra e aspettare che tutto venga deciso senza tenere conto delle nostre istanze.   

L’innovazione sarà un tema caldo della sua presidenza. Dove ci sarà continuità e dove cambiamento?

La presidenza Baban ha svolto un lavoro prezioso creando relazioni, credibilità e autorevolezza. Raccolgo da lui il testimone, nel solco di un percorso già tracciato. 

Da parte mia, cercherò di ampliare la tensione verso l’innovazione includendo i tanti aspetti che toccano la vita delle imprese, a partire per esempio da formazione, welfare, sicurezza.  

 

Innovazione, tecnologie digitali e impatto sul mondo del lavoro. Qual è la sua opinione? 

In generale sono scettico verso quelle “scuole di pensiero” che intravedono la disfatta di un mondo ogni qualvolta una novità fa il proprio ingresso. Personalmente ritengo che non accadrà nulla di diverso da quando è stata inventata la ruota e che i benefici saranno maggiori degli aspetti negativi. L’importante è mettersi in discussione, non sedersi sterilmente a protestare. Questo vale sia per gli imprenditori che per i lavoratori: dobbiamo essere disposti ad apprendere con continuità e dobbiamo impegnarci per diffondere questa attitudine. 

 

Lei, ad esempio, come ha fatto? Mi spiego: è un imprenditore di prima generazione attivo in un settore, l’editoria, che attraversa notevoli e a volte difficili cambiamenti. 

Rispondo volentieri alla domanda. Io provengo da una piccola realtà editoriale nata negli anni Novanta, Interlinea, che tuttora pubblica titoli di narrativa, saggistica e critica letteraria, nonché libri scolastici. Nel tempo il settore è cambiato, ma insieme ai miei collaboratori abbiamo saputo individuare una nuova strada nell’editoria per la formazione. Questo ci ha permesso di rilanciarci e di diventare un nome leader nel nostro segmento.   

 

Nel suo percorso da imprenditore, quali figure, esperienze o libri ricorda sono state importanti per la sua formazione?

Sono sempre stato molto attratto dagli imprenditori dal forte impegno sociale. Oltre ai già citati Olivetti e Pirelli, ricordo Michele Ferrero della mia terra. Ognuno a suo modo ha tracciato una strada per chi come me ha sentito dentro il fuoco dell’impresa e si è messo in gioco. 

Per quanto riguarda i libri preferisco ricordare il grande valore rappresentato dalla cultura classica. Sono fiero di aver fatto questi studi, una palestra importante il cui bagaglio mi porto dietro ogni giorno. 

 

E cosa direbbe delle polemiche che periodicamente ritornano sulla presunta “inutilità” degli studi classici?    

Risponderei dicendo che amare la cultura classica non significa chiudere la porta alla cultura scientifica. Sono saperi che si compensano, non si escludono. Grandi ingegneri ed economisti hanno alle spalle questi studi, che per il tipo di elasticità mentale e attitudine al ragionamento preparano a sviluppare per l’appunto competenze economiche e/o matematiche. 

 

Da giocatore ad allenatore. Cosa la stimola del diventare presidente di Piccola Industria?

Sento una grande responsabilità verso i colleghi che rappresento, verso quella che è una nostra eccellenza. È un momento in cui bisogna impegnarsi molto perché possiamo fare tanto nell’interesse delle Pmi e del Paese. So di ricevere un testimone importante da Alberto Baban che ringrazio, ma so anche di raccogliere eredità importanti, quelle di Giuseppe Morandini e di Vincenzo Boccia. Sono stati grandi presidenti di Piccola Industria e darò tutto me stesso per essere all’altezza.        

limprenditore

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