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Febbraio 2018 - © L'Imprenditore

Mai smettere di imparare

di Bruno Scuotto

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Aggiornare le competenze è indispensabile per non essere esclusi dal mercato del lavoro. Da sempre i fondi interprofessionali offrono soluzioni mirate e di qualità. Fondamentale riportarli alla loro natura privatistica 

 

Il 2018 si prefigura come un anno decisivo per l’economia italiana, quello in cui si dovrebbe uscire definitivamente dall’incertezza e riposizionarsi stabilmente su un percorso di crescita diffusa e sostenibile. La condizione necessaria si gioca su due fattori chiave: innovazione e competenze. E sulla capacità di costruire opportune e coerenti strategie. 

L’innovazione ha sempre fatto parte del dna di chi fa impresa, ma oggi è diventata una necessità ricorrente e richiede un aggiornamento continuativo delle tecniche e, ancor più, delle capacità organizzative, gestionali e manageriali. I processi di digitalizzazione offrono grandi prospettive di produttività e crescita anche alle realtà di nicchia, cosa di estremo interesse per un tessuto imprenditoriale come quello italiano, composto quasi al 99% da Pmi e capace probabilmente più di altri di adattarsi alla tendenza della “produzione sartoriale” che oggi, proprio in virtù della digitalizzazione, si va affermando. 

 

Sono molte le imprese che hanno colto in anticipo il cambiamento, riuscendo a crescere anche nella fase di maggiore negatività, e molte attualmente si stanno modernizzando fruendo del Piano Industria 4.0, la prima azione di politica industriale che il nostro Paese abbia visto da tempo. 

In entrambi i casi, è cresciuta la necessità di interventi formativi programmabili con duttilità e realizzabili con estremo tempismo. Anche i lavoratori sono consapevoli di questa ineluttabilità, al punto che – come ha evidenziato una ricerca Capgemini Italia in collaborazione con Linkedin – quasi il 50% investe denaro e tempo libero per acquisire competenze digitali. Un’altra ricerca, di Federmeccanica, mostra che l’85% delle imprese conosce la robotica ma solo il 51% la impiega concretamente, mentre il 75% sa benissimo cos’è la stampa in 3D ma solo il 32% la usa. 

Il crescente fabbisogno formativo, poi, non riguarda solo l’economia digitale ma tutte le declinazioni dell’innovazione, dagli aspetti organizzativi a quelli dell’efficientamento energetico al riciclo degli scarti di lavorazione. Rispondere opportunamente è fondamentale perché su questo terreno si gioca sia il futuro delle persone, quanto quello delle imprese, che senza i talenti di cui hanno bisogno perdono molte opportunità, come dimostrano i dati sulle competenze mancanti, sconcertanti se confrontati con quelli della disoccupazione. 

Da solo il sistema educativo non potrà mai battere queste contraddizioni. Certamente, esperienze come gli Its vanno potenziate, ma per soddisfare i fabbisogni del prossimo futuro bisogna coglierli allo stadio embrionale. 

L’impresa, per sua natura, sarà sempre più veloce della scuola e per questo la collaborazione tra i due mondi è indispensabile e foriera di reciproche opportunità. E c’è, poi, la platea dei lavoratori maturi, che dovranno rimanere al lavoro più a lungo. La grande scommessa, oggi, è fornire costantemente l’adeguamento necessario ad una platea che va dai 16 ai 70 anni e che avrà continuamente bisogno di rinnovare i propri saperi, per di più in tempo reale. 

 

Fondimpresa, in questi anni, ha sempre dimostrato di saper trovare soluzioni a scenari di cambiamento anche divergenti tra loro, come il bando del 2010 per riconvertire i lavoratori in mobilità (su deroga del Ministero), la più grande azione di politica attiva del lavoro di quegli anni drammatici, e nel 2011 – quando nessuno parlava di Industria 4.0 – quello per competenze finalizzate all’innovazione. 

Oggi, con 48 milioni di euro in complessive quattro edizioni, migliaia di imprese hanno avuto l’opportunità, collaborando con prestigiosi centri di ricerca, di ottimizzare gli interventi innovativi con personale specificamente formato, in molti casi aumentando fatturato e occupazione. Tra questi e altri Avvisi specialistici – l’ultimo, appena pubblicato, sulla sostenibilità ambientale – e scelte dirette delle imprese, circa 1,4 miliardi di euro (sui circa 2,9 complessivamente erogati) sono stati investiti, tra 2007 e 2017, in corsi finalizzati a competitività e innovazione in aziende che al 90% appartengono alla piccola e media impresa e per il  70%, in particolare, alla piccola. Se le competenze sono determinanti per il nostro futuro quanto l’innovazione, occorrono scelte coraggiose quanto quelle fatte per Industria 4.0. 

 

Servono politiche di formazione, in una logica di sistema in cui diversi soggetti possano operare in un rapporto di autonomia e complementarietà e in una logica di inclusione che non lasci nessuno fuori dal radar formativo, cosa che equivarrebbe a lasciarlo fuori o ai margini del mercato del lavoro. 

Se si condivide questo presupposto – e lo diciamo mentre siamo in attesa della nuova circolare Anpal – bisogna operare su poche ed essenziali condizioni di fattibilità: quindi riportare i fondi interprofessionali alla loro natura privatistica, liberandoli dal peso inutile e svantaggioso della burocratizzazione, eliminare l’incertezza normativa, che provoca lungaggini procedurali, e restituire a imprese e lavoratori i 120 milioni annui di prelievo sulle risorse dello 0,30 per la formazione, operato in tempo di crisi ma oggi da destinare, senza dubbio, alla crescita. 

In questo modo i fondi potranno fare, più di quanto facciano adesso, la loro parte nella costruzione di un sistema integrato di formazione mirata sugli effettivi fabbisogni, mettendo a disposizione un know how che ha prodotto concreti e indiscutibili risultati. 

 

Se l’obiettivo è creare un sistema formativo adeguato all’esigenza di rinnovo continuo di competenze e capacità manageriali e inclusivo al 100%, ciò non può che realizzarsi attraverso una profonda e immediata prossimità al territorio. Esattamente la caratteristica che ha consentito a Fondimpresa, presente in tutte le regioni e provincie autonome, di offrire soluzioni all’altezza sia della crisi che dello sviluppo. 

Sulla base di queste esperienze e di questi risultati, i fondi interprofessionali sono i soggetti più qualificati a creare le condizioni e gli strumenti per estendere strutturalmente la formazione anche agli imprenditori e alle persone espulse, a volte in modo drammatico, dal mercato del lavoro. Ambiti nuovi per un nuovo ruolo, ancora più costruttivo.   

limprenditore

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