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Luglio 2017 - © L'Imprenditore

L’impegno di una vita

Intervista a Matilda Raffa Cuomo - di Camilla Dacrema

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Un’associazione dedicata ai minori: Anima e cuore, Matilda Raffa Cuomo. L’abbiamo incontrata a salerno dove ha consegnato al presidente Vincenzo Boccia il premio intitolato alla memoria del marito

 

Matilda Raffa Cuomo è un’istituzione vivente: moglie di Mario Cuomo, amatissimo governatore dello Stato di New York, e madre di Andrew Cuomo, che ne è il governatore attuale, Matilda negli Stati Uniti è un’icona trasversale e un simbolo di condivisione e unità nazionale che supera le divisioni sociali e politiche.

Ascoltata dai potenti e amata dal popolo, è una vera star: la gente per strada corre ad abbracciarla, lei parla con tutti e non nega a nessuno l’attenzione e l’ascolto, con una perspicacia quasi incurante dei suoi 85 anni splendidamente portati.

Docente di spagnolo, con oltre 60 anni di matrimonio e cinque figli, Matilda è una degli artefici dei successi politici del marito. Era il 1986 quando, in un episodio divenuto leggendario, una mattina Mario si faceva la barba mentre parlava con Matilda dei gravi problemi di dispersione scolastica nello Stato di New York.

Da quella conversazione domestica nacque il metodo di mentoring one-to-one di Matilda Raffa Cuomo, dapprima applicato nelle scuole dello Stato di New York, dove ha sottratto alla strada oltre 10mila ragazzi e ragazze in situazioni a rischio, e poi confluito nella associazione Mentoring USA, oggi attiva anche in Italia e in tutto il mondo. Di cosa si tratta? L’abbiamo incontrata a Salerno, dove è venuta per consegnare il Premio Mario Cuomo al presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, e lei ce lo ha spiegato davanti a un caffè.

 

Come nasce il metodo di mentoring one-to-one?

Ogni persona che nella vita “ce l’ha fatta” ha avuto un mentore, un esempio da seguire che si è preso cura di lui e lo ha incoraggiato a intraprendere una strada. Alla base di tutto c’è la famiglia, ma chi in famiglia non trova dei punti di riferimento, cosa può fare? È più a rischio di fallimento, con tutti i problemi sociali connessi: bullismo, delinquenza, prostituzione, droga e alcolismo.

Quando mio marito Mario mi mise a conoscenza dell’alto tasso di abbandono scolastico dello Stato di New York, gli dissi che tutte le mie esperienze come bambina, insegnante e madre sembravano convergere in una direzione: affiancare ogni bambino a rischio con un volontario adulto e formato che se ne prendesse cura, un “mentore”.

 

Fu così che nacque il New York State Mentoring Program?

Sì, nacque con un comitato di volontari esperti in tutti gli aspetti dello sviluppo infantile. Progettarono un piano d’azione e il mentoring divenne rapidamente uno dei principali programmi governativi, indirizzato ai bambini in tenera età prima che cattive abitudini diventassero troppo radicate per essere cambiate.

L’approccio di squadra in cui avviene l’affiancamento unisce genitori, insegnanti e mentori, proprio come Ulisse, che prima di lasciare Itaca affidò il figlio Telemaco alle cure del fidato amico Mentore.

 

Anche lei ha avuto un mentore nella sua vita?

Certamente. Io vengo da una famiglia di migranti: mia madre era italiana e mio padre era nato in Pennsylvania da una famiglia siciliana. In Sicilia non c’era lavoro e mio nonno rimase a lavorare nelle miniere in Pennsylvania, un lavoro molto duro, mentre mia nonna tornò con i figli in Sicilia, dove lui mandava loro i soldi.

Mio padre, una volta sposato, decise di tornare in America e così partì insieme a mia madre, me e mio fratello Francesco. A mia madre piaceva la libertà che c’era negli Stati Uniti, ma furono anni di sacrifici.

Al tempo c’era scarsa integrazione tra le famiglie e la scuola e poca tolleranza per gli immigrati non anglofoni. Mia madre mi portò a scuola per iscrivermi alle elementari, come prevedeva la legge, ma aveva difficoltà a compilare le schede per l’iscrizione e il direttore ci intimò bruscamente di uscire dalla scuola. Ricordo ancora come, portandomi a casa, lei mi stringeva la mano e le sue lacrime piovevano sulla mia mano. Quanto coraggio e amore le servirono per crescere cinque figli! I mentori cercano di trasmettere qualcosa di quella forza ai loro “mentee”, coloro di cui si prendono cura.

Dopo i miei genitori, la mia prima mentore fu Mrs. Kulyer: la mia insegnante alla scuola di Brooklyn, dove ero timida e insicura. Lei mi dedicò del tempo, condivise i miei pensieri su quello che avrei potuto fare da grande e mi disse che sarei diventata una buona insegnante: mi aprì un mondo intero e non ho mai più dimenticato il suo consiglio.

 

Oggi il mentoring è un metodo riconosciuto e Mentoring USA è una organizzazione non profit diffusa in tutto il mondo. Come è avvenuto il passaggio a un livello internazionale?

Tra il 1987 e il 1995 abbiamo aiutato 10mila ragazzi da Buffalo a Long Island attraverso lo sforzo prodigioso di migliaia di volontari provenienti dai settori più disparati: imprese, agenzie pubbliche, comunità.

Nel 1995, terminato il mandato di governatore di mio marito, il New York State Mentoring Program fu chiuso dalla nuova amministrazione, ma con il sostegno della mia famiglia fondai Mentoring USA, che continua il programma originario del New York State Mentoring Program e si è esteso fino a diventare internazionale, perché i problemi dei giovani – e l’efficacia del mentoring nel risolverli – sono universali. Come diceva mio padre, “tutto il mondo è paese”.

 

È possibile per le imprese italiane sostenere i programmi di Mentoring USA Italia sul proprio territorio?

Sì, l’associazione Mentoring USA Italia, presieduta da Sergio Cuomo, è attiva dal Nord al Sud Italia con tanti progetti, che avvengono nelle scuole locali, con il coinvolgimento di tutte le autorità, e dove le imprese possono diventare partner finanziatori. Il mentoring è un investimento per la vita, con benefici a lungo termine per i ragazzi, le famiglie e la comunità.

 

limprenditore

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