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Febbraio 2017 - © L'Imprenditore

L’Europa che vogliamo

Intervista ad Antonio Tajani di Pietro MambrianI

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VICE PRESIDENTE DELLA Commissione europea dal 2008 al 2014, con delega ai trasporti poi all’industria, antonio Tajani è stato eletto lo scorso 17 gennaio presidente del parlamento europeo. A 60 anni dalla firma dei trattati di roma, con i quali nacque la cee, ci confrontiamo con lui sui nuovi scenari che attendono l’unione.

 

Quale impulso potrà dare all’azione politica dell’Unione europea il rinnovo della presidenza del Parlamento? E quali saranno i primi dossier all’attenzione?

La mia priorità è riavvicinare i cittadini all’Europa. Per questo dobbiamo dare risposte concrete e comunicarle meglio. Dobbiamo dimostrare con i fatti che l’Europa non è una burocrazia distante, ma che è capace di risolvere i problemi che stanno a cuore alla gente: sicurezza, governo dei flussi migratori, posti di lavoro.

 

In questi ultimi anni l’Europa ha affrontato e sta affrontando diverse crisi, a partire da quella economica, e nuovi scenari come Brexit. Quale dovrebbe essere il giusto equilibrio fra le tre istituzioni, Commissione, Parlamento e Consiglio?

L’importante è che le istituzioni europee lavorino insieme in modo efficace nel rispetto dei diversi ruoli per risolvere i problemi.

Il Parlamento deve svolgere bene il proprio ruolo nell’interesse generale dei popoli europei, favorendo accordi per l’approvazione di buone leggi, votando trattati commerciali che creino lavoro e approvando un bilancio in linea con le priorità dei cittadini. Per dare impulso all’azione europea, è anche fondamentale che il Parlamento eserciti una costante azione di controllo e di indirizzo politico nei confronti della Commissione.

Il Parlamento è l’unica istituzione europea eletta direttamente dai popoli. È, dunque, imperativo che, soprattutto nelle situazioni di crisi, il suo ruolo rimanga centrale nelle soluzioni da proporre ai cittadini.

 

In qualità di Vice Presidente della Commissione, nonché di Commissario per l’industria e l’imprenditoria, si è speso molto per riaffermare l’importanza dell’industria manifatturiera e delle pmi per l’Europa. Questa sensibilità resterà anche nella sua nuova veste?

Naturalmente sì, perché questa non è solamente la mia convinzione, ma è anche la volontà espressa chiaramente dal Parlamento europeo.

Per il Parlamento l’economia reale, le pmi, l’industria, i servizi, l’accesso al credito, l’agricoltura, la pesca, le libere professioni, sono alla base della crescita e della creazione di posti di lavoro, dunque, in cima alla nostra agenda. Senza una forte base industriale europea, non vi può essere crescita. Dall’industria dipende, difatti, l’80% dell’innovazione e dell’export e buona parte dei posti di lavoro, sia nella manifattura che nei servizi.

 

Gli Stati Uniti rappresentano da sempre un interlocutore privilegiato per l’Europa. Tuttavia, ad oggi, l’imprevedibilità sembra essere la cifra del nuovo presidente Trump. Che margini ci sono, ad esempio, per la ripresa dei negoziati per il Ttip?

Gli Stati Uniti sono storicamente nostri amici e alleati. Con loro condividiamo molti valori e interessi. Dagli amici si accettano consigli, ma non ordini. Sono i popoli europei a determinare le direzione da prendere e le decisioni da attuare.

L’Europa deve essere orgogliosa della propria forza e dei propri valori. Su questa base, penso che continueremo a lavorare bene insieme agli Stati Uniti. Un partenariato politico ed economico è nell’interesse dei cittadini di entrambe le sponde dell’Atlantico. Per quanto riguarda il Ttip, il Parlamento europeo è favorevole a proseguire i negoziati con l’obiettivo di raggiungere un buon accordo che crei nuovi posti di lavoro in Europa e negli Stati Uniti.

 

A marzo ricorreranno i 60 anni dalla firma del Trattato di Roma. Alcuni sostengono che la sopravvivenza stessa dell’Unione sia legata all’esito delle elezioni politiche di Olanda, Francia e Germania. Cosa ne pensa?

L’Europa va cambiata, non uccisa. Proprio nei momenti più difficili dobbiamo essere consapevoli che l’unione fa la forza. Andare ognuno per la sua strada equivale a perdere in partenza. Non possiamo rimanere in mezzo al guado, dove rischieremmo di essere travolti dalla prossima piena.

Dobbiamo rapidamente completare la traversata realizzando, ad esempio, strumenti adeguati a gestire una vera “Unione economica e monetaria”, garantire la sicurezza all’interno e all’esterno dei confini e governare i flussi migratori.

Solo con risposte concrete dimostreremo che i populisti hanno torto. Serve, dunque, lavorare ancora di più.

 

Quali i temi da affrontare per uscire dall’impasse e recuperare la fiducia dei cittadini?

Dobbiamo lavorare tutti insieme per rafforzare la sicurezza. Questo vuol dire più cooperazione e scambio di informazione tra i servizi di intelligence, corpi di polizia o sistemi giudiziari dei nostri Stati membri. La sicurezza e la difesa europea dipendono anche da una azione comune all’esterno, con la messa in comune di più mezzi e risorse per favorire economie di scala e azioni più efficaci. Per il controllo delle frontiere, ad esempio, il Parlamento sostiene una guardia costiera e frontaliera europea.

Per rispondere ai flussi migratori occorre lavorare per un vero e proprio partenariato economico e politico con l’Africa, che veda più investimenti, trasferimenti di tecnologia, formazione, nel quadro di una robusta diplomazia economica. Con anche accordi di rimpatri più efficaci per i migranti illegali.

È imperativo portare avanti una politica non solo di risanamento dei conti, ma anche di investimenti e maggiore competitività per la crescita e la creazione di nuovo lavoro. Per questo serve anche una forte azione riformatrice da parte degli Stati membri.

 

Sulla questione migranti, in particolare, il Gruppo di Visegrád (Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia e Ungheria, ndr) è quello che più si oppone alla politica dell’accoglienza. Quali possibilità ci sono affinché l’Europa sia più coordinata?

Il Parlamento europeo è riuscito a mettere insieme posizioni condivise di deputati anche dei paesi del Gruppo di Visegrád. La politica europea in materia di immigrazione deve mettere al primo posto i diritti inalienabili delle persone e dei migranti.

Per questo bisogna insistere sulle misure di solidarietà, sia con l’implementazione dei programmi di riallocazione, sia con la revisione del regolamento di Dublino. Ma deve essere chiaro che i migranti illegali devono essere rimpatriati in tempi certi. E che dobbiamo potenziare il controllo delle frontiere, anche attraverso la nuova guardia costiera e frontaliera europea.

 

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