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Febbraio 2017 - © L'Imprenditore

È tempo di agire

A colloquio con Romano Prodi di Romano Dalla Chiesa

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Romano Prodi È stato presidente della commissione europea dal 1999 al 2004. a quegli anni risalgono  alcune scelte storiche dell’unione, come l’introduzione dell’euro e l’ingresso di dieci nuovi paesi.

 

Qual è lo stato di salute dell’Unione europea?

L’Europa ha un prodotto lordo quasi uguale a quello americano ed è la prima potenza industriale del mondo. Il problema non sono le risorse, ma la politica. L’Europa del coraggio e della speranza è finita, sostituita da quella della paura. La frammentazione che la percorre l’ha indebolita e i leader europei di oggi, smarrita la visione di lungo periodo, appaiono presi solo dai sondaggi elettorali e dalle preoccupazioni di politica interna dei singoli paesi.

La Germania ha saldamente in mano, per meriti indiscutibili, la leadership dell’Unione ma non la esercita con quel senso di responsabilità nei confronti delle sorti di tutti i paesi dell’Unione.

Cos’altro è stata la Brexit se non la conseguenza estrema di questa Europa incompiuta? Cameron ha deciso il referendum non perché volesse davvero la Gran Bretagna fuori dall’Europa, ma per motivi di politica interna. È stato un esito che mi ha addolorato molto, ma non mi ha stupito. Ciò che stupisce è l’immobilismo europeo dinnanzi ai grandi problemi che si presentano.

Resto, però, assolutamente convinto che nessuna nazione europea – nemmeno la grande Germania – possa da sola affrontare le super potenze americana e cinese.

 

Tutto fermo, allora?

Qualcosa si sta muovendo davanti alla tempesta Trump. Bisognerà attendere per darne un giudizio più attento, ma se il buongiorno si vede dal mattino sarà bene che l’Europa si attrezzi a reagire. Trump ha cantato il “de profundis” della Nato e ha rivoluzionato i rapporti con la Russia.

Ha elogiato la Brexit e auspicato nuovi abbandoni in seno all’Unione, ha criticato la Germania, colpendo quindi il cuore stesso dell’Europa.

Dopo il silenzio iniziale da parte europea e tedesca, ecco finalmente una reazione che arriva con la giusta proposta della cancelliera Merkel di un’Europa a diverse velocità. Sono anni che lo dico e lo scrivo. Purché, sia ben chiaro, non si tratti di un’Europa divisa in paesi di serie A e di serie B.

Va benissimo che i paesi partecipino all’Unione con le loro diverse specificità, ma deve restare assolutamente saldo per tutti il principio di una sempre maggiore coesione. Perché se la mia Europa è morta nulla impedisce che si possa costruirne una nuova.

Deve, tuttavia, essere chiaro a tutti che chi non condivide i valori comuni e fondanti dell’Unione, si pone al di fuori, come ha fatto la Gran Bretagna.

 

Con le elezioni in Olanda, Francia e Germania, iI 2017 si candida ad essere uno degli anni più complicati nella storia dell’Unione. Quanto è concreto il rischio di un disfacimento del progetto comunitario?

Non sono un esperto di previsioni e non posso quindi prevedere come andranno le elezioni in questi paesi. Certamente mi auguro che non avvenga la catastrofe e che non abbiano il sopravvento le forze populiste e antisistema.

Ci sono tuttavia distinzioni di cui tener conto. La Germania è l’unico tra i grandi paesi dell’Unione in cui il sistema dei partiti tradizionali ancora regge e quindi non mi aspetto derive populiste. Inoltre, la politica della Merkel è stata sempre attenta a tenere sotto controllo le forze antisistema ed estremiste in Germania. Se poi vincesse Schulz, va detto che è ancora più europeista di lei.

In Francia i tre i candidati dell’area democratica sono più vicini all’Europa del presidente attuale. Certo, Le Pen raccoglie maggiori consensi di quanto non avesse fatto il padre perché non si rivolge solo al tradizionale elettorato di destra, ma intercetta tutto lo scontento e le paure da destra così come da sinistra.

Tuttavia, il sostegno che le arriva dagli Stati Uniti potrebbe rivelarsi un boomerang perché il motto “America First” sembra confliggere con il forte patriottismo francese.

Credo, infine, che sia la Francia sia la Germania siano del tutto consapevoli che i singoli paesi, da soli, sono condannati alla marginalità.

 

In qualità di paese fondatore, che compiti e responsabilità ha l’Italia in questa fase storica?

L’Italia può e deve giocare un grande ruolo nella richiesta della ripresa di politiche unitarie nel Mediterraneo. Riproporre con forza questo tema, di fatto abbandonato, corrisponde ad un nostro interesse specifico. Abbiamo anche il dovere di ribadire che la responsabilità europea nei confronti dell’Africa è diretta e particolare.

Solo così si potrà affrontare la crisi delle migrazioni, non certo destinate a fermarsi nel breve periodo. Soprattutto attraverso una politica europea che contribuisca a portare la pace in Libia. Per affrontare il comune pericolo del terrorismo, dobbiamo dialogare con governi stabili.

A nostra volta abbiamo la responsabilità di mettere in atto politiche compatibili e coerenti con le regole che noi stessi abbiamo sottoscritto con i nostri partner.

Non solo siamo stati tra i fondatori dell’Unione, ma ne rimaniamo un pilastro insostituibile, sia dal punto di vista politico che da quello economico.

 

Tra i motivi della debolezza attuale, alcuni analisti includono l’allargamento a 25 paesi avvenuto durante la sua presidenza della Commissione. Ribadisce la bontà di quella scelta?

Assolutamente sì: basta pensare quali problemi dovremmo oggi affrontare se la Polonia, pur nella complessa situazione politica in cui si trova oggi, non fosse membro dell’Unione europea ma si trovasse oggetto di un conflitto globale come è il caso dell’Ucraina.

Era un passo necessario, dopo la caduta del muro di Berlino, ultimare un progetto di pace e di democrazia che comprendesse l’intera Europa: otto dei dieci paesi che fecero il loro ingresso nell’Unione erano stati sotto il controllo dell’Unione Sovietica. Nulla è stato imposto, ma proposto, ai governi che chiedevano di entrare; e la decisione ha fatto seguito a negoziati senza precedenti nella storia.

Pur con i problemi che sono oggi evidenti, è stato l’unico grande progetto di esportazione della democrazia mai realizzato e si è costruita un’area di cooperazione economica in precedenza non immaginabile.

 

L’esito del referendum britannico dello scorso giugno rappresenta uno spartiacque. Quali scenari si aprono adesso? E da quali compromessi dovrà cautelarsi l’Europa nel condurre le trattative per il distacco?

Mi è molto dispiaciuto l’esito del referendum britannico, ma non definirei la Brexit uno spartiacque, perché la Gran Bretagna è sempre stato >
un membro anomalo dell’Unione europea.

La ragione di fondo, se non l’unica ragione, dell’adesione degli inglesi all’Unione sono sempre stati gli intensi rapporti commerciali. La Gran Bretagna è sempre stata propensa a considerare l’Unione europea soprattutto come una grande area di libero scambio e ha con tenacia richiesto trattamenti differenziati ogni volta che le era possibile.

Le trattative per ultimare il processo di uscita richiederanno anni e quindi avremo la Gran Bretagna fuori e allo stesso tempo dentro all’Unione per un lungo periodo di tempo: una condizione che favorisce quel clima di incertezza che rappresenta un freno all’economia europea e ci rende più fragili agli occhi del mondo.

La Gran Bretagna, infatti, ha tutto l’interesse a prendere tempo per guardarsi attorno e decidere quale sia la strada migliore per salvaguardare il suo interesse senza dover più corrispondere agli oneri che spettano ai membri effettivi dell’Unione. E anche la Germania, che infatti ha accolto tutte le richieste inglesi, non ha interessi a sveltire un processo che in ogni caso, per sua natura, sarà molto lungo.

Questa lentezza, più che la Brexit stessa, ci potrebbe danneggiare molto.

 

Con la crisi si è affermata una percezione negativa dell’Europa. Quali risultati è doveroso ricordare per una corretta ricostruzione del progetto comunitario?

L’Europa si salva se fa l’Europa. I cittadini non odiano l’Unione, ma questa Unione che è rimasta immobile di fronte alle crescenti difficoltà che la crisi ha prodotto, alle disuguaglianze, alla perdita di potere economico della classe media.

Senza rilancio dell’economia, non si risolve la crisi. Non si deve certo tornare alle politiche di bilancio senza controllo, ma allo stesso tempo serve una svolta: una politica economica di espansione che cambi la direzione e la quantità della spesa e che metta in atto quelle azioni di solidarietà che sono necessarie per perseguire un obiettivo comune.

Personalmente non ho mai chiesto alla Germania di concedere eccezioni alle regole comuni per venire incontro alle nostre difficoltà e alle nostre mancanze, ma trovo assurdo che abbia un surplus della bilancia commerciale che va oltre ogni compatibilità, rallentando le possibilità di crescita degli altri partner.

 

Il Presidente Trump sembra propenso ad allentare le relazioni con l’Europa. Senza “l’ombrello americano”, potrebbe tornar d’attualità il tema della difesa comune?

Obama non aveva certo legami forti con l’Europa. Ha certamente sempre mantenuto i tradizionali rapporti amichevoli tra Stati Uniti ed Europa e di cooperazione con i suoi leader, senza tuttavia che l’Europa sia mai entrata davvero nella sua agenda di politica estera; salvo intervenire, dopo la Brexit, preoccupato per un nostro eccessivo indebolimento, quando però ormai il danno era fatto.

Storicamente gli Stati Uniti hanno sempre esercitato nei nostri confronti un ruolo da fratello maggiore che protegge quello minore; anche se, qualche volta, hanno impedito al fratello più piccolo di compiere passi verso una maggiore autonomia.

Penso per esempio al progetto Galileo, che avrei voluto realizzare durante la mia presidenza alla Commissione. Si trattava di un grande progetto di comunicazione satellitare che gli Usa non vollero veder realizzato proprio perché ci avrebbe reso indipendenti dal Gps americano.

Ora, però, quella di Trump sembra proprio una rivoluzione e una rottura senza precedenti e ritengo che sia arrivato il momento per l’Europa di reagire. Anche per questa ragione la proposta di un’Unione a più velocità è una buona notizia perché consentirà all’Europa di progredire, anche se non in modo lineare come avrei voluto, almeno in qualche campo. La difesa comune potrebbe essere realizzata con i paesi disposti a farlo. E credo che anche la Francia, che tante volte ha frenato questo progetto, sarebbe oggi disposta a portarlo avanti. Così come potrebbe essere condiviso da molti paesi uno spazio unico di sicurezza o l’Europa sociale.

Insomma, la sfida di Trump ci obbliga a reagire.

 

Poche settimane fa Antonio Tajani è stato eletto alla presidenza del Parlamento europeo. Che significato ha e cosa augura al nuovo presidente?

Di fronte a un compito così difficile l’unico augurio è che faccia del Parlamento l’elemento trainante di una nuova Europa. Tajani non ha un compito facile perché il Parlamento non è purtroppo esente dai movimenti che stanno sfidando il progetto europeo. Auguro, quindi, a Tajani di essere il Presidente della resurrezione europea.

 

 

 

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