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Febbraio 2018 - © L'Imprenditore

Direzione sostenibilità

di Teresa Gargiulo

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Territorio, impresa, capitale umano. Su questi asset poggia il vantaggio competitivo della nostra economia. Accrescerne la consapevolezza consentirà di cogliere nuove opportunità

 

Il 75% degli Italiani dice di sapere cos’è la “sostenibilità” e associa questa parola principalmente all’ambiente. Il 25% invece non ne ha mai sentito parlare. È quanto si evince dall’indagine Ipsos per la ricerca del Centro Studi Confindustria, “Le sostenibili carte dell’Italia”.

Solo l’11% della popolazione italiana è in grado di dare una definizione corretta, che comprende sia la dimensione ambientale, sia quella economica, sia quella sociale, coerentemente con i tre ambiti abbracciati dai 17 obiettivi di sviluppo sostenibile definiti dall’Onu. Nell’Agenda 2030, firmata da tutti i paesi del mondo, infatti, i governi, le imprese, le associazioni della società civile hanno deciso che occorre cambiare il modello di sviluppo del pianeta affinché sia più sostenibile per noi e per le future generazioni, e quindi hanno concordato di coalizzare le forze per accelerare la transizione verso le energie rinnovabili, lottare contro la povertà e le diseguaglianze, migliorare l’educazione, accrescere l’innovazione e aumentare l’occupazione e il reddito. 

 

L’Italia in questa partita è riuscita persino a giocare d’anticipo: è il primo paese in cui il governo attribuisce, per legge, agli indicatori di benessere equo e sostenibile un ruolo centrale nella programmazione, attuazione e monitoraggio delle politiche pubbliche, nella convinzione che per migliorare le condizioni di vita dei cittadini non si possa avere come riferimento solo il Pil, perché il benessere degli individui non dipende solo dalle risorse economiche. L’uomo, come dice il filosofo Mark Rowlands, non è solo la “scimmia” che “riduce le cose più importanti della vita a una questione di analisi costi-benefici”.

E le imprese stanno facendo la loro parte in questa grande partita, in cui è in gioco lo stesso futuro del pianeta? A livello mondiale si assiste a una diffusa mobilitazione per transitare verso modelli di business in grado di accrescere il valore economico rispettando l’ambiente e favorendo lo sviluppo sociale delle comunità. 

 

La responsabilità sociale di impresa ormai è uscita dal “mondo delle favole” ed è addirittura diventata mainstream, basta guardare alle ingenti risorse investite dalle grandi corporation e dai fondi di investimento (ormai il 26% degli investimenti finanziari mondiali è allocato in base al rispetto dei criteri Esg – Environmental, Social and Governance). Anche perché si è scoperto che la responsabilità sociale conviene, è redditizia, come dimostrato da recenti studi che evidenziano che ad adottare pratiche socialmente sostenibili sono in genere imprese senza eccessi di liquidità, con migliori politiche di controllo e maggiore protezione per gli azionisti di minoranza. 

Scegliere la sostenibilità, oltre al mero profitto, consente di prevenire i rischi reputazionali, migliorare l’efficienza, attrarre i talenti e motivare le risorse umane, aumentare la capacità d’innovazione e intercettare nuove e più remunerative nicchie di mercato. E le imprese italiane? Cosa stanno facendo per rendere l’Italia più sostenibile? 

Nel 2015 l’80% delle imprese italiane con più di 100 dipendenti ha svolto attività socialmente responsabili (rispetto al 72,9% del 2014), nelle quali ha investito più di un miliardo di euro. L’Italia è inoltre tra i primi paesi ad aver adottato un Piano nazionale d’azione su impresa e diritti umani. Tutto bene quindi? Non proprio. 

 

Le imprese con più di 50 addetti in Italia rappresentano lo 0,6% del numero totale (34% in termini di occupazione). Come noto, nonostante le imprese medio-grandi abbiano un ruolo chiave, soprattutto quale piattaforma generale di conoscenza, innovazione e internazionalizzazione, l’asse portante dell’industria italiana sono le Pmi, che in Italia, come negli altri paesi, trovano maggiori difficoltà nell’intraprendere percorsi di responsabilità sociale, soprattutto perché queste scelte, fatte sul serio, oltre a non essere neutre sul versante dei costi, sono complesse e richiedono di “rivoltare l’azienda come un calzino”, cambiando modelli di business, strategie, organizzazione, tecnologie ecc.

Ma proprio in questo ambito, ancora in buona parte inesplorato, si nascondono “ineluttabili” opportunità per le Pmi italiane, seppure nascoste fra la nebbia di una ancora troppo diffusa inconsapevolezza. A cominciare dall’economia circolare, che per un paese trasformatore, senza materie prime, è una necessità di efficienza per non dissipare risorse. Ma la non dissipazione di risorse non va applicata solo ai materiali bensì anche alla “conoscenza utile” racchiusa in tanti territori italiani, nel suo capitale umano. Infatti, più che in altre economie europee, la localizzazione delle imprese in territori e comunità “sostenibili” ha costituito, e costituisce, un vantaggio competitivo fondamentale dell’economia italiana. Così come non va dissipato il potenziale generativo per l’industria – non solo per il turismo – del nostro patrimonio culturale e paesaggistico, carburante indispensabile per alimentare il potente motore della creatività. 

 

L’accento sulla cultura potrebbe caratterizzare l’approccio italiano allo sviluppo sostenibile per moltissime ragioni: abbiamo il maggior numero al mondo di siti riconosciuti dall’Unesco, ben 53, e città d’arte e borghi che rappresentano un asset non delocalizzabile che attira decine di milioni di turisti all’anno; l’Italia significa nel mondo cultura e creatività; le nostre esportazioni continuano a guadagnare quote di mercato grazie alla qualità e al design; siamo in un paese dove la storia ha avuto un ruolo tale da poter essere considerata la principale artefice dell’ambiente e quindi “ambientale” e “culturale” si compenetrano; o, ancora, secondo l’indagine fatta per il Csc dall’Ipsos il 91% dei nostri connazionali è d’accordo con l’inserire la “cultura come priorità di sviluppo sostenibile”. Ma ragionando in  prospettiva, il motivo principale è che con lo sviluppo pervasivo delle nuove tecnologie ci saranno solo tre cose in cui l’intelligenza artificiale non potrà rimpiazzare l’essere umano: percezione e manipolazione complessa degli oggetti, intelligenza sociale e creatività. 

Per tutti e tre questi ambiti le arti e la cultura sono una fonte indispensabile di ispirazione e sperimentazione. La progressiva “culturalizzazione” dei processi produttivi rappresenta, quindi, una grande opportunità per l’Italia, che ha un patrimonio culturale e artistico ricco e rinomato, dal quale si può estrarre maggior valore economico, tutelando al contempo il nostro paesaggio e migliorando la coesione sociale.

limprenditore

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